Allagamento del mio studio, punto di rottura. Il Sommerso e l’Inatteso, percorso di accettazione, resilienza e rinascita
La mia pratica artistica è sempre stata legata alla materia e alla memoria, ma mai come nel 2024 ho sperimentato un punto di rottura così radicale. L’allagamento del mio studio ha travolto cinquant’anni di lavoro, materiali e archivi, cancellando certezze e imponendo un confronto doloroso con l’imprevisto e la perdita. Questo evento non è stato una semplice interruzione, ma un’esperienza che ha frammentato la mia relazione con la realtà e con ciò che considero opera.
Dal trauma alla nuova grammatica visiva
Passato lo sgomento iniziale, guardare le opere danneggiate non mi ha restituito più l’idea di una perdita definitiva, ma piuttosto quella di una trasformazione volontaria. Le tele segnate dall’acqua, le superfici strappate e le carte macchiate hanno cominciato a parlare un linguaggio visivo inaspettato: una forma di bellezza germogliata dal caos. Quel che altri avrebbero percepito come degrado, io l’ho riconosciuto come segno di vita organica e nuova potenzialità. Ogni rugosità, ogni macchia, ogni gesto casuale dell’acqua ha avuto un ruolo narrativo nella mia evoluzione espressiva.
Questa consapevolezza mi ha portata a concepire Il Sommerso e l’Inatteso non come una semplice mostra, ma come un viaggio suddiviso in tre fasi. La prima accoglie le opere superstiti: non sono danneggiate, sono riscritte dal processo, parlano di memoria rilanciata, non cancellata. Camminando nella sala espositiva tra le sagome che evocano portali o icone, percepisco la vocazione trasformativa di ogni segno.
Tra scienza e visione estetica
La seconda fase della mostra nasce dalla mia fascinazione per l’infinitamente piccolo. Le muffe e gli organismi silenziosi che sono comparsi tra i detriti dello studio non sono stati un limite, ma un’apertura. Attraverso osservazione biologica, tamponi, colture e macrofotografia ho intravisto un ordine vitale che pulsa oltre l’apparenza. Quella che comunemente viene chiamata “decadenza” si è mostrata come tessuto narrativo, materia in trasformazione.
Tratte dalle fotografie, Le stampe realizzate con tecnica della gum print su carta pregiata Hahnemühle derivano proprio da questa fase di indagine. La stratificazione materica e i passaggi sotto torchio tradiscono una relazione tra rigore e poesia, tra metodo scientifico e dettato visivo. Non è stata una scelta casuale: è stata la consapevolezza che la resilienza visiva nasce quando si guardano da vicino i processi che temiamo di dimenticare.
Riconciliazione: l’acqua che diventa gesto creativo
La terza fase della mostra segna un ritorno. Ma non un ritorno alle origini, bensì una riconciliazione con l’elemento che mi aveva sommerso. Attraverso l’antica arte dell’ebru, l’acqua torna ad essere un mezzo generativo. Qui l’acqua non è più forza distruttrice: è superficie, è movimento, è gesto. Il colore che fluttua e trova equilibrio sulle correnti diventa metafora della mia relazione con l’esperienza del trauma.
Il processo è unico, irripetibile, e richiede una collaborazione calcolata al caso e al gesto. In questa riconciliazione ho ritrovato il piacere del fare, della scoperta e della sorpresa. Le opere nate da queste superfici parlano di una pittura fluida che si lascia attraversare dalle onde della memoria e della creazione.
Oltre la mostra: una possibilità di incontro
Il Sommerso e l’Inatteso non è un resoconto di ciò che è accaduto, ma un’esplorazione delle possibilità che emergono quando si accetta la trasformazione. Ho voluto che l’allestimento stesso rispecchiasse questa visione, che il percorso tra le pareti e i cubi fosse un’esperienza sensoriale, non solo visiva.
Se siete collezionisti, appassionati o investitori d’arte, questa mostra è un invito a confrontarvi con un linguaggio in cui la memoria non si perde, ma si trasforma in materia narrante. Vi invito a lasciarvi guidare dalle superfici e dalle storie che l’acqua ha scritto per me.