Il sommerso accettare e riscrivere la materia, dove il danno si trasforma in un nuovo linguaggio inedito e potente
Ci sono momenti in cui la materia smette di essere neutra e diventa testimone. Dopo l’allagamento del mio studio, ho iniziato a osservare le superfici non più come supporti da controllare, ma come territori già attraversati da un evento. In questa fase del mio lavoro, che definisco il sommerso, non cerco di recuperare ciò che è stato, ma di comprendere ciò che è diventato.
Le opere non sono più ciò che avevo immaginato in origine. Sono qualcosa di diverso, di più complesso: superfici che portano i segni dell’acqua, della pressione, del tempo. Accettare questo passaggio ha significato abbandonare l’idea di perdita per entrare in una dimensione di trasformazione della materia.
L’acqua come scrittura involontaria
L’acqua ha agito come un inchiostro non previsto. Ha attraversato i materiali, sciolto i confini, lasciato tracce che non potevo controllare. In un primo momento ho visto solo il danno. Poi, lentamente, ho iniziato a riconoscere una nuova forma di linguaggio.
Le macchie, le lacerazioni, le deformazioni non sono più segni di deterioramento, ma elementi di una nuova grammatica visiva. Ogni intervento dell’acqua è diventato parte di una narrazione che non avevo scritto, ma che ora mi appartiene. È in questo spazio che nasce una memoria trasformata, capace di raccontare non solo ciò che è accaduto, ma ciò che continua a evolversi.
Le sagome bifronte, sospese e attraversate dalla luce, evocano soglie e passaggi. Non sono semplicemente opere: sono punti di attraversamento tra ciò che era e ciò che è diventato. Guardarle significa entrare in una dimensione in cui il tempo si stratifica e la materia conserva tracce di ogni trasformazione.
Accettare il segno come parte del processo
Accettare il sommerso non è stato immediato. Ho dovuto cambiare il mio sguardo, rinunciare all’idea di controllo e accogliere l’imprevisto come parte integrante del processo. Questo passaggio ha segnato una svolta profonda nel mio modo di lavorare.
Le opere che oggi presento in mostra non sono state restaurate per tornare a una condizione originaria. Sono state ascoltate. Ho scelto di non cancellare i segni, ma di dialogare con essi, riconoscendo nel danno una possibilità espressiva.
In questo senso, il mio lavoro si avvicina a una forma di arte contemporanea che non cerca la perfezione, ma la verità del processo. Le superfici diventano così luoghi di incontro tra gesto e accadimento, tra intenzione e trasformazione.
Materia, luce e presenza
L’utilizzo di materiali come plexiglass, foglia oro e supporti bifronti amplifica questa relazione. La luce attraversa le opere, le rende vive, ne evidenzia le stratificazioni. Ogni variazione diventa visibile, ogni imperfezione acquista significato.
Le opere come Soglie dell’affioramento o L’impronta sommersa non rappresentano semplicemente un momento, ma una condizione: quella di essere attraversati da un evento e di portarne i segni. In esse convivono fragilità e resistenza, perdita e presenza.
Questa fase della mostra è un invito a fermarsi, a osservare da vicino, a lasciarsi coinvolgere da ciò che normalmente verrebbe scartato. È un invito a riconoscere che anche ciò che appare compromesso può diventare origine di un nuovo equilibrio.
Il valore del sommerso
Il sommerso non è ciò che è perduto. È ciò che continua a esistere sotto una forma diversa. In questa trasformazione ho trovato una nuova direzione, una possibilità di dialogo più profonda con la materia e con il tempo.
Per chi osserva, per chi colleziona, per chi vive l’arte come esperienza, questa fase rappresenta un momento essenziale: quello in cui il linguaggio si forma, si incrina e si ricompone. È qui che nasce una ricerca artistica autentica, capace di trasformare il limite in visione.