Un percorso tra segno, corpo e memoria; un lavoro tra seduzione e identità, dialogo continuo tra visibile e invisibile
Ci sono immagini che non si limitano a mostrarsi, ma chiedono di essere attraversate. È da questo spazio sospeso che nasce il mio lavoro, un luogo in cui il segno diventa contatto, il gesto diventa memoria e la materia racconta ciò che non si vede.
Nel lavoro di questi ultimi anni l’oggetto si trasforma: non è più semplice presenza, ma simbolo attivo, vivo, ambiguo. Gli oggetti posti in evidenza negli anni passati, i bottoni, le conchiglie, la corteccia, la mela, la sottoveste, le camicie di forza, smettono di essere elementi riconoscibili e diventano dispositivi di narrazione, strumenti per indagare il rapporto tra apparenza e identità. Ora smettono di essere elementi riconoscibili e diventano dispositivi di narrazione, strumenti per indagare il rapporto tra apparenza, realtà e identità. In queste immagini convivono attrazione e inquietudine, seduzione e costrizione, in un continuo dialogo che riflette la complessità della coscienza femminile e dell’esperienza.
Il mio lavoro nasce dal contatto. Non rappresento: imprimo. Le matrici, gli abiti, i calchi corporei diventano superfici sensibili, capaci di accogliere il colore e restituirlo trasformato. Attraverso la calcografia, la fotografia, la cianotipia, l’installazione, costruisco immagini che portano con sé solo una traccia del reale. È in questo processo che il gesto diventa pensiero e il segno diventa racconto.
Le opere sono tracce della memoria: impronte che custodiscono vissuti, frammenti di intimità, stratificazioni di esperienze. Sono autoritratti senza volto, mappe interiori in cui il corpo o l’oggetto, o l’idea non è sono rappresentati ma evocati. Ogni elemento contiene una tensione: tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde, tra desiderio e limite, tra libertà e convenzione.
La mela, in particolare, è un palese esempio, attraversa tutto il progetto come simbolo archetipico. È il frutto della tentazione, della conoscenza, della scelta. Porta con sé echi di fiabe e miti, da Eva a Biancaneve, fino alla mela d’oro della mitologia. In questo senso, il mio lavoro si inserisce in una dimensione narrativa più ampia, dove ogni immagine è un frammento di una storia universale.
Nel mio percorso, nulla è definitivo. Ogni opera è parte di un sistema aperto, in continua trasformazione. Le immagini si rincorrono, si modificano, si rispecchiano, come in una filastrocca visiva fatta di rimandi e variazioni. Lavoro per stratificazioni, per associazioni, lasciando spazio all’imprevisto e accogliendo la forza della materia.
Credo che gli oggetti non siano mai inerti. Sono contenitori di significati, soglie verso l’immaginazione. Dentro ogni forma si nasconde un’altra forma, dentro ogni segno un’altra possibilità. È in questa apertura che il lavoro trova la sua energia: nel trasformare il visibile in esperienza, e l’esperienza in memoria condivisa.
Se anche tu senti che un’immagine può raccontare molto più di ciò che mostra, ti invito a entrare in questo universo e a lasciarti attraversare dai segni.
Scrivimi o lascia un commento: il dialogo è parte essenziale di questo percorso.