Quando il caso diventa ricerca

Quando il caso diventa ricerca: materia, ascolto e memoria

Quando il caso smette di essere un errore

Quando penso alla parola “caso”, mi accorgo di quanto sia facile associarla a qualcosa di imprevedibile, incontrollabile, quasi a un errore da correggere.

Nel mio percorso, invece, ho imparato a guardarlo diversamente.

La sperimentazione non nasce mai da un gesto completamente casuale. Al contrario, ogni prova parte da un’intenzione, da una domanda, da una conoscenza tecnica. Ma proprio quando il gesto incontra la materia, qualcosa può cambiare.

Il gesso può fessurarsi durante l’asciugatura. L’acqua può dilavare una superficie. La carta può assorbire il colore in modo diverso da quanto avevo previsto. Una piega può imprimere un segno inatteso. Una superficie irregolare può modificare la risposta della luce.

Quello che inizialmente potrebbe apparire come un imprevisto diventa allora una possibilità.

Ho imparato che non sempre devo correggere ciò che accade. A volte devo fermarmi, osservare e chiedermi perché quella materia abbia reagito proprio in quel modo.

È in questo passaggio che il caso diventa ricerca.

La materia non è un supporto passivo

Per molto tempo siamo stati abituati a pensare alla materia come qualcosa da utilizzare per raggiungere un risultato.

Io preferisco pensare alla materia come a una presenza con cui instaurare un dialogo.

Ogni materiale possiede caratteristiche proprie. Il gesso ha una sua fragilità, la carta una capacità diversa di assorbire e trattenere, l'acqua una propria fluidità e imprevedibilità. Anche una superficie ruvida, una piega, una frattura o una porosità possono modificare radicalmente il risultato.

La materia reagisce.

E proprio questa reazione mi interessa.

Non significa rinunciare alla tecnica o alla progettazione. Significa, piuttosto, mettere la competenza al servizio dell'ascolto.

La tecnica mi permette di comprendere ciò che sta accadendo e di intervenire quando necessario. Ma non voglio più pensare all'artista come a qualcuno che deve dominare completamente il materiale.

Preferisco essere parte di un incontro.

Il gesto incontra la risposta della superficie

Ogni opera nasce da una relazione tra intenzione e risposta.

Io posso decidere un gesto, una direzione, una pressione, una materia, una sovrapposizione. Posso conoscere il comportamento di un colore o di una superficie. Posso prevedere molte delle conseguenze del procedimento.

Ma non posso prevedere tutto.

Ed è proprio questa zona di possibilità a interessarmi.

Nel monotipo, ad esempio, l'unicità dell'esito è legata anche alla particolare relazione che si crea tra matrice, colore, pressione e supporto. La stampa non è semplicemente la riproduzione di qualcosa che esiste già: è il momento in cui diverse condizioni si incontrano e producono un risultato irripetibile.

Anche nella monoprint la possibilità di intervenire nuovamente sulla matrice apre un confronto continuo tra ciò che è già avvenuto e ciò che potrebbe accadere.

In questo senso, ogni passaggio contiene una domanda.

E ogni risposta può diventare il punto di partenza per la domanda successiva.

La superficie come luogo dell’incontro

La superficie è il luogo in cui tutto questo diventa visibile.

È lì che il gesto lascia la propria impronta.

È lì che la materia risponde.

È lì che il tempo comincia a depositare la propria presenza.

Una superficie liscia può restituire una risposta diversa da una superficie ruvida. Una carta molto assorbente può trattenere il colore in profondità, mentre una diversa preparazione può mantenerlo più vicino alla superficie.

Queste differenze non sono semplicemente tecniche.

Possono diventare segno, texture, memoria.

La superficie racconta ciò che è accaduto senza bisogno di spiegazioni.

Quando la superficie tace, inizia l’ascolto

C'è un momento, durante il lavoro, in cui bisogna smettere di intervenire.

La superficie tace.

E io resto in attesa.

Non è una pausa vuota. È una forma di attenzione.

Osservare significa capire se ciò che è accaduto deve essere accolto, modificato oppure semplicemente lasciato essere.

Questa attesa mi ha insegnato qualcosa di importante: non tutto deve essere immediatamente interpretato.

Alcune tracce hanno bisogno di tempo.

Alcune forme diventano comprensibili soltanto dopo essere state osservate a lungo.

Anche il silenzio, quindi, entra nel processo.

L'artista non è sempre colui che agisce. A volte è colui che sa quando fermarsi.

La ferita può diventare una nuova memoria

È forse questo l'aspetto che più mi interessa dell'imprevisto.

Una frattura può sembrare una ferita.

Una macchia può apparire come un difetto.

Una piega può essere letta come un'imperfezione.

Ma cosa succede se invece di eliminarle provo ad ascoltarle?

La risposta può cambiare completamente.

Una superficie danneggiata può diventare il punto da cui nasce una nuova struttura. Una crepa può interrompere una composizione troppo rigida e introdurre una direzione inattesa. Una traccia lasciata dall'acqua può diventare una parte essenziale della memoria dell'opera.

La ferita diventa così cicatrice.

E la cicatrice non cancella ciò che è accaduto.

Lo rende visibile.

È questo che mi interessa: non nascondere necessariamente il segno dell'evento, ma permettergli di entrare nella storia dell'opera.

Il tempo è un materiale invisibile

Nei percorsi precedenti ho parlato di memoria, tracce e materia.

Ora mi interessa fare un passo ulteriore.

Il tempo non è soltanto ciò che passa mentre lavoro.

Il tempo entra nella materia.

È presente nell'asciugatura del gesso, nell'assorbimento della carta, nel movimento dell'acqua, nell'ossidazione, nell'usura, nella trasformazione di una superficie.

Il tempo modifica.

Il tempo deposita.

Il tempo costruisce memoria.

Per questo considero il tempo come un materiale invisibile.

Non posso prenderlo tra le mani, ma posso osservare ciò che lascia.

Ogni trasformazione racconta una durata. Ogni traccia contiene un prima e un dopo.

E forse è proprio questa la ragione per cui una superficie può emozionarmi tanto: perché conserva qualcosa che non posso più vedere direttamente.

Dalla materia alla memoria

La mia ricerca è da sempre attraversata dalla necessità di conservare tracce.

Oggetti, tessuti, impronte, frammenti e materiali diversi possono diventare portatori di una storia. Non mi interessa soltanto ciò che sono, ma ciò che possono evocare.

Un oggetto conserva il passaggio di qualcuno.

Una stoffa può suggerire una presenza.

Un'impronta può ricordare un gesto.

Una superficie può trattenere un evento.

Questa attenzione alla memoria trova un naturale collegamento con la sperimentazione dei materiali e con il linguaggio della stampa originale. Nel mio lavoro monotipo, monoprint, incisione, pittura, scultura e altri linguaggi non vivono necessariamente separati, ma possono dialogare attraverso materia, segno e processo.

È un percorso che continua a interrogarmi perché la memoria non è mai immobile.

Si trasforma insieme a noi.

La tecnica serve anche ad accogliere l’imprevisto

Accogliere il caso non significa lavorare senza regole.

Questo per me è un punto fondamentale.

La libertà dell'imprevisto può esistere proprio perché esiste una conoscenza tecnica che permette di riconoscerlo e valorizzarlo.

Senza esperienza, una frattura potrebbe essere soltanto una frattura.

Con l'esperienza, può diventare una possibilità compositiva.

Senza conoscenza del materiale, una variazione nell'assorbimento potrebbe essere soltanto un problema.

Con l'osservazione, può diventare una nuova direzione.

La ricerca artistica nasce quindi dall'equilibrio tra controllo e apertura.

Controllare tutto significa rischiare di eliminare l'imprevisto.

Lasciare tutto al caso significa rinunciare alla responsabilità del gesto.

Io cerco quella soglia intermedia in cui intenzione e materia possano incontrarsi.

Un appuntamento irripetibile tra gesto e materia

Mi piace pensare all'imprevisto come a un appuntamento.

Non è un incidente.

È il momento preciso in cui il mio gesto incontra lo stato fisico del materiale.

Quel momento non può essere replicato esattamente.

La temperatura può essere diversa. L'umidità può cambiare. La carta può reagire diversamente. La quantità d'acqua può variare. La pressione può essere leggermente differente.

Anche quando provo a ripetere un procedimento, qualcosa cambia.

Ed è proprio qui che l'unicità acquista significato.

Non si tratta soltanto di avere davanti un'opera che non può essere duplicata.

Si tratta di riconoscere che quell'opera porta con sé la testimonianza di un incontro che è avvenuto una sola volta.

Dall’imprevisto nasce una nuova possibilità

Forse sperimentare significa proprio questo: non sapere sempre dove si arriverà, ma sapere perché si è partiti.

Ogni ricerca ha bisogno di una direzione.

Ma una direzione non deve necessariamente essere una strada rigida.

Può essere una soglia.

Può permettere di deviare, osservare, cambiare, tornare indietro, ricominciare.

L'imprevisto rompe lo schema, ma non distrugge la ricerca.

Al contrario, può renderla più autentica.

Quando una superficie reagisce in modo inatteso, posso scegliere di considerare quella risposta un problema oppure una possibilità.

Io scelgo di ascoltarla.

Perché è proprio nell'ascolto che il materiale smette di essere soltanto materia e diventa racconto.

Conclusioni: ascoltare ciò che ancora non conosco

Oggi penso alla sperimentazione non come a una sfida contro il caso, ma come a una forma di ascolto.

Ogni prova nasce da un'intenzione.

Ogni gesto porta con sé esperienza e conoscenza.

Ma la materia conserva una propria autonomia.

Il gesso può crepare.

L'acqua può modificare.

La carta può assorbire.

La superficie può interrompere, accogliere, restituire.

E io posso scegliere se imporre una soluzione o ascoltare ciò che sta accadendo.

È in questa seconda possibilità che trovo una parte importante della mia ricerca.

L'imprevisto non è più qualcosa da nascondere.

Può diventare una traccia, una ferita, una cicatrice, una nuova forma di memoria.

Il caso, allora, non è più il contrario della ricerca.

Può essere il luogo in cui la ricerca trova una direzione che ancora non conoscevo.

Condividi il tuo pensiero

Mi interessa sapere come percepite voi l'imprevisto.

Quando osservate un'opera, una superficie irregolare, una crepa, una macchia o una traccia inattesa, la considerate un'imperfezione oppure riuscite a leggerla come parte della sua storia?

Mi piacerebbe conoscere il vostro punto di vista.

Potete lasciare un commento oppure contattarmi direttamente per approfondire il mio lavoro e le opere disponibili.

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