Il fascino del graffio tra monotipo e monoprint

Il fascino del graffio tra monotipo e monostampa: segno, materia e ricerca

Ci sono gesti che nascono quasi spontaneamente e che, solo con il passare del tempo, rivelano la loro importanza. Il graffio è stato uno di questi.

Ripensando alle diverse fasi della mia ricerca, riconosco oggi in quel gesto apparentemente semplice uno dei passaggi che hanno contribuito a definire il mio rapporto con il segno, con la materia e con la superficie dell’opera.

Non si trattava soltanto di incidere una superficie. Il mio interesse era rivolto a ciò che quel gesto poteva provocare: una variazione, una frattura, una traccia capace di modificare il comportamento del colore e di introdurre nella superficie qualcosa di fisico, quasi tattile.

Il graffio diventava così una forma di ascolto.

È da questa attenzione al procedimento, agli strumenti e alle possibilità offerte dalla materia che si sviluppa un percorso che, nel tempo, mi avrebbe avvicinata sempre più alla stampa d’arte, alla incisione e soprattutto al monotipo e al monoprint.

Il filo conduttore non è stato il desiderio di raggiungere semplicemente un risultato finale. È stato, piuttosto, il bisogno di comprendere cosa potesse accadere durante il percorso.

Il graffio come segno che modifica la materia

Quando una superficie gessosa iniziava ad asciugarsi, intervenivo con strumenti che non appartenevano necessariamente al repertorio tradizionale della pittura.

Il gesto poteva essere deciso, leggero, rapido oppure più insistito.

Ogni intervento produceva una conseguenza diversa.

Il solco interrompeva la continuità della superficie. Il colore incontrava quella nuova irregolarità e, invece di distribuirsi in maniera uniforme, trovava un percorso differente. I pigmenti potevano penetrare nelle incisioni, concentrarsi, depositarsi oppure lasciare emergere una variazione cromatica.

In quel momento il segno smetteva di essere soltanto un elemento grafico.

Diventava materia.

La differenza può sembrare sottile, ma per la mia ricerca è stata fondamentale. Un segno tracciato sopra una superficie racconta qualcosa; un segno che modifica fisicamente quella superficie introduce invece una dimensione ulteriore.

Il gesto lascia una traccia concreta.

E quella traccia non è più soltanto rappresentazione. Diventa presenza.

È una delle ragioni per cui ancora oggi considero il rapporto tra gesto, superficie e materia un elemento essenziale della mia ricerca.

Il graffio non è quindi un semplice espediente tecnico. È una modalità attraverso la quale posso mettere in discussione una superficie e osservare come essa reagisce.

In questo senso, il procedimento assume un’importanza pari a quella dell’immagine finale.

Dal gesto sperimentale alla ricerca sul segno

Con il tempo ho compreso che molte delle esperienze iniziali non erano episodi isolati.

Erano parte di un percorso.

La sperimentazione mi permetteva di mettere alla prova strumenti, materiali e superfici senza partire necessariamente da un’immagine già definita. Questo atteggiamento mi ha portata a considerare l’errore, l’imprevisto e la casualità non come elementi da eliminare, ma come possibilità da comprendere.

Il caso può aprire una direzione inattesa.

La questione, però, è capire cosa farne.

Per me la sperimentazione non significa lasciare completamente il lavoro all’improvvisazione. Al contrario, significa imparare a riconoscere ciò che accade e sviluppare progressivamente la capacità di intervenire su quell’accadimento.

È una forma di controllo consapevole del caso.

Questa idea è diventata particolarmente importante nel rapporto con le opere su carta e con le opere su tela, dove la superficie può diventare uno spazio di confronto tra intenzione e imprevedibilità.

Lavorare significa quindi osservare.

Osservare il comportamento del colore, la risposta della materia, la pressione esercitata, la traccia lasciata da uno strumento, la relazione tra una superficie e quella successiva.

Il risultato nasce da questa continua negoziazione.

Grafie, 2013

L’incisione come apertura e non come regola rigida

La parola incisione porta con sé una storia tecnica molto precisa e un insieme di regole consolidate.

Il mio interesse, invece, è stato spesso rivolto proprio alla possibilità di utilizzare quelle regole in maniera personale.

Non considero la regola un limite assoluto. Può essere un punto di partenza.

Conoscere una tecnica significa anche comprendere dove sia possibile intervenire, modificare, contaminare, spostare o persino trasgredire una procedura.

È in questa tensione tra conoscenza e libertà che trovo una parte importante della mia ricerca.

Lavorare sulle regole dell’incisione significa, per me, utilizzare gli strumenti della tradizione senza rinunciare alla possibilità di cercare strade differenti.

Il valore non risiede soltanto nella tecnica applicata correttamente, ma nella capacità di trasformarla in uno strumento espressivo.

Questo aspetto diventa particolarmente evidente quando il lavoro si sposta verso il monotipo e il monoprint.

Monotipo e monoprint: la libertà di una sola impronta

Il monotipo e il monoprint rappresentano una direzione particolarmente congeniale al mio modo di lavorare.

Sono tecniche che mantengono un rapporto evidente con la stampa d’arte originale, perché utilizzano strumenti e procedimenti che appartengono alla tradizione della grafica: colori, lastre, rulli, carte e torchi.

Ma allo stesso tempo permettono una libertà molto diversa rispetto alla produzione di immagini multiple.

Nel monotipo l’immagine nasce per essere trasferita generalmente una sola volta. Nel monoprint, invece, possono esistere elementi ripetibili o matrici di riferimento, ma l’intervento dell’artista introduce una componente che rende ogni esemplare specifico.

Questa caratteristica apre uno spazio particolarmente interessante tra tecnica e sperimentazione.

La superficie può essere preparata, modificata, incisa, manipolata.

Il colore può essere distribuito con il rullo oppure attraverso strumenti differenti.

La pressione del torchio può diventare parte del processo, così come la pressione manuale.

La carta non è semplicemente il supporto sul quale appare un’immagine.

Diventa parte del procedimento.

E il procedimento diventa parte dell’opera.

Il torchio e la pressione: quando il gesto diventa impronta

Uno degli aspetti che più mi interessano della stampa è il momento del trasferimento.

L’immagine passa da una superficie all’altra.

Può essere trasferita attraverso il torchio, attraverso una pressione manuale o attraverso modalità differenti di contatto tra le superfici.

È un passaggio fisico.

Qualcosa che si trova su una superficie viene trasferito su un’altra e, nel trasferimento, inevitabilmente cambia.

Questa trasformazione mi interessa perché mette in discussione l’idea di un’immagine completamente controllabile.

Non tutto può essere previsto.

La pressione, la quantità di colore, la consistenza della materia, la carta, la superficie e il tempo di lavorazione contribuiscono al risultato.

È proprio questa relazione tra intenzione e imprevedibilità a rendere il monotipo e il monoprint così vicini al mio modo di intendere la ricerca.

Non parto dal presupposto che il risultato debba essere identico a quello immaginato all’inizio.

Preferisco lasciare spazio a ciò che il procedimento può suggerire.

È una forma di dialogo.

La donna la casa il bambino, 2022

Dall’oggetto integrato nell’opera all’oggetto come opera

Questo percorso si collega anche a una riflessione che considero centrale nella mia ricerca: il rapporto con l’oggetto.

In una fase precedente, l’oggetto poteva essere integrato all’interno dell’opera.

Portare la realtà dentro il lavoro significava avvicinarmi a qualcosa di concreto, riconoscibile, fisicamente presente.

L’oggetto era un elemento attraverso il quale cercavo di comprendere e, in qualche modo, sentire la realtà.

Con il tempo, però, questa relazione è cambiata.

L’oggetto ha progressivamente smesso di essere soltanto una componente inserita nell’opera per diventare uno strumento capace di evocare.

È diventato memoria.

E, in alcuni casi, è diventato direttamente opera.

Questo passaggio è importante perché segna una trasformazione nel mio modo di guardare la realtà.

Non ho più bisogno necessariamente di portare l’oggetto dentro l’opera.

Posso portarne la traccia.

Posso conservarne l’impronta.

Posso trasformarne la memoria.

Posso lasciare che qualcosa di reale continui a essere percepito anche quando la sua presenza fisica non è più immediatamente riconoscibile.

In questo senso il segno assume un ruolo fondamentale.

Il graffio, l’incisione, la pressione e l’impronta diventano strumenti attraverso i quali la realtà può essere evocata senza essere semplicemente rappresentata.

La memoria della materia diventa linguaggio

Quando guardo una superficie segnata, non vedo soltanto una tecnica.

Vedo un passaggio.

Una superficie modificata conserva la memoria di ciò che è accaduto.

Un solco testimonia una pressione.

Una traccia racconta un movimento.

Una variazione di colore conserva il ricordo di un gesto.

Questa dimensione della memoria è diventata progressivamente più importante nel mio lavoro.

La materia non è neutra.

Registra.

Conserva.

Restituisce.

Per questo il rapporto tra segno e materia può diventare anche un rapporto con il tempo.

Ogni intervento lascia una conseguenza.

E ogni conseguenza può diventare parte dell’immagine.

Il risultato finale è quindi soltanto l’ultimo momento di un processo molto più ampio.

Dietro una superficie ci sono decisioni, tentativi, modifiche, cancellazioni, pressioni, trasferimenti e imprevisti.

È proprio questa stratificazione che mi interessa.

Le tre porte. Fede, speranza, carità, 1993

Monotipo e monoprint come spazio di ricerca

Il monotipo e il monoprint mi permettono di mantenere aperto questo spazio di ricerca.

Sono tecniche nelle quali il rapporto tra strumenti e supporti può essere continuamente modificato.

Una lastra può dialogare con la carta.

Il colore può incontrare una superficie incisa.

Un rullo può produrre una distribuzione inattesa.

Una pressione può trasformare un segno.

Una traccia può diventare una nuova possibilità.

Questa flessibilità rende il processo particolarmente fertile.

Non esiste necessariamente una separazione rigida tra preparazione, esecuzione e risultato.

Le tre dimensioni si sovrappongono.

Durante il lavoro posso modificare una scelta iniziale, reagire a ciò che sta accadendo, accettare un’imperfezione oppure utilizzare proprio quell’imprevisto come punto di partenza per un nuovo intervento.

È una modalità di lavoro che richiede attenzione.

La libertà non significa assenza di controllo.

Significa, piuttosto, possedere gli strumenti necessari per sapere quando intervenire e quando lasciare che sia il procedimento a suggerire una direzione.

Quando la tecnica diventa esperienza

Per me la tecnica non è mai stata separata dalla ricerca espressiva.

Uno strumento non è interessante soltanto perché permette di ottenere un determinato effetto.

Diventa interessante quando modifica il modo in cui posso pensare e costruire l’opera.

Il graffio mi ha portata a osservare la superficie.

L’incisione mi ha permesso di approfondire il rapporto tra segno e materia.

Il torchio ha introdotto il trasferimento e la pressione.

Il monotipo e il monoprint hanno aperto uno spazio nel quale caso e controllo possono convivere.

Ogni passaggio ha quindi alimentato quello successivo.

È questo il filo che collega esperienze apparentemente diverse.

Non una successione di tecniche, ma una continua ricerca sul rapporto tra gesto, materia, memoria e immagine.

Il valore della sperimentazione nel percorso artistico

La sperimentazione è spesso associata all’idea di provare qualcosa di nuovo.

Per me significa qualcosa di più.

Significa accettare che il percorso possa modificare il punto di partenza.

Quando lavoro non cerco soltanto di raggiungere un’opera finita. La mia attenzione viene catturata dal procedimento, dagli strumenti operativi e dai mezzi espressivi considerati nella loro autonomia.

Questo atteggiamento mi consente di scoprire possibilità che non avrei necessariamente previsto.

Una superficie può suggerire un intervento.

Un segno può richiederne un altro.

Un’impronta può diventare il punto di partenza per una nuova composizione.

Il lavoro procede quindi attraverso una successione di ascolti e risposte.

Ed è proprio questa dimensione a rendere la sperimentazione una parte concreta della mia ricerca.

Dal segno alla memoria, senza perdere la materia

Ripensando al percorso iniziato con il graffio, riconosco una continuità che attraversa esperienze diverse.

All’inizio c’era la curiosità verso ciò che poteva accadere modificando una superficie.

Poi è arrivata una maggiore consapevolezza del segno.

Successivamente il rapporto con l’incisione, con la stampa e con il trasferimento dell’immagine ha aperto nuove possibilità.

Il monotipo e il monoprint sono diventati una direzione particolarmente naturale perché permettono di mantenere insieme molti degli elementi che considero essenziali: la materia, il gesto, la pressione, la traccia, il caso e il controllo.

Il percorso non si è quindi sviluppato attraverso una rottura.

È cresciuto per continuità.

Ogni esperienza ha lasciato una traccia nella successiva.

Come accade con un’incisione, anche la ricerca conserva ciò che è avvenuto prima.

Il fascino del graffio resta nel presente

Oggi considero il graffio una delle immagini più efficaci per raccontare questo percorso.

Un graffio è una traccia minima, ma può modificare completamente una superficie.

È un gesto semplice e allo stesso tempo irreversibile.

Non può essere completamente cancellato senza lasciare una conseguenza.

Per questo mi sembra particolarmente vicino alla mia idea di ricerca.

L’opera nasce attraverso trasformazioni successive.

Il segno modifica la materia.

La materia modifica il colore.

Il colore modifica la percezione.

L’impronta conserva il gesto.

La memoria trasforma l’oggetto.

E ciò che inizialmente era soltanto un elemento della realtà può diventare una presenza autonoma.

Questa trasformazione è, per me, uno degli aspetti più interessanti del fare artistico.

Non si tratta semplicemente di rappresentare qualcosa.

Si tratta di comprenderne la traccia e permettere che quella traccia trovi una nuova forma.

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Il percorso che dal graffio conduce al monotipo e al monoprint è per me una storia fatta di passaggi, osservazioni e trasformazioni.

La superficie è diventata uno spazio da ascoltare. Il segno è diventato una presenza. L’incisione è diventata possibilità. Il caso è diventato qualcosa da conoscere e controllare. L’oggetto, infine, è passato dall’essere parte dell’opera al poter diventare esso stesso opera, memoria e impronta.

È una ricerca ancora aperta, perché considero ogni procedimento una possibilità per interrogare nuovamente il rapporto tra realtà, materia e immaginazione.

Mi interessa sapere come queste trasformazioni vengono percepite da chi osserva.

Quale rapporto avete con il segno, con la materia e con la memoria quando guardate un’opera?

Se questo percorso vi ha incuriosito e desiderate approfondire le mie opere su carta, le opere su tela, il monotipo e il monoprint, potete contattarmi.

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