Come guardare un’opera d’arte contemporanea senza cercare subito una spiegazione, la ricerca delle proprie senzazioni
Quante volte, davanti a un’opera d’arte contemporanea, la prima domanda che ci viene in mente è: “Che cosa significa?”
È una domanda legittima. Ma non sempre è la domanda migliore da cui cominciare.
A volte cerchiamo immediatamente una spiegazione perché abbiamo paura di non capire. Pensiamo che davanti a un’opera debba esistere una risposta corretta, un significato preciso che l’artista ha nascosto e che noi dobbiamo riuscire a trovare.
Io credo invece che l’esperienza davanti a un’opera possa cominciare in un altro modo.
Prima di cercare un significato, possiamo semplicemente guardare.
Possiamo chiederci che cosa attira il nostro sguardo, quale dettaglio ci trattiene, quale superficie ci incuriosisce, quale segno ci disturba o ci affascina. Possiamo osservare la materia, i vuoti, le sovrapposizioni, le tracce e le trasformazioni.
Solo dopo possiamo iniziare a domandarci che cosa tutto questo possa raccontare.
Non devi capire subito un’opera d’arte contemporanea
Una delle difficoltà più frequenti nell’incontro con l’arte contemporanea è proprio questa: pensare di doverla capire immediatamente.
Davanti a un dipinto figurativo possiamo riconoscere un paesaggio, un volto, un oggetto. Quando invece l’opera lavora attraverso forme, materia, segni, superfici o elementi che non riconosciamo immediatamente, possiamo sentirci esclusi.
“Non capisco.”
È una frase che sento spesso riferire all’arte contemporanea.
Ma forse dovremmo sostituirla con un’altra:
“Non so ancora come guardarla.”
Sono due atteggiamenti completamente diversi.
Nel primo caso chi guarda si ferma davanti a una presunta difficoltà.
Nel secondo comincia un'esplorazione.
Per me l’arte non deve necessariamente consegnare una risposta al primo sguardo. Può anche aprire una domanda.
Prima di chiederti cosa significa, osserva ciò che vedi
Quando guardo un’opera, provo a partire dalle cose più semplici.
Dove cade il mio sguardo?
Qual è il primo elemento che riconosco?
C’è una zona che mi attrae più delle altre?
La superficie è uniforme oppure presenta segni, incisioni, stratificazioni?
Ci sono parti più dense e altre più vuote?
Il colore è protagonista oppure sembra quasi trattenuto?
Sono domande semplici, ma possono cambiare completamente il rapporto con l’opera.
Non sto ancora cercando di interpretarla.
Sto imparando a guardarla.
Questo passaggio è importante perché ogni persona porta davanti a un’opera la propria esperienza, la propria memoria e il proprio modo di percepire.
La stessa superficie può suggerire a qualcuno una sensazione di equilibrio e a qualcun altro una sensazione di inquietudine.
Non significa che uno dei due abbia osservato male.
Significa che l’opera ha iniziato a entrare in relazione con chi la guarda.
La superficie non è soltanto ciò che appare
Nella mia ricerca la superficie ha assunto nel tempo un ruolo sempre più importante.
È il luogo nel quale il segno rimane, si sovrappone, si interrompe, si trasforma.
Una superficie può conservare una traccia.
Può mostrare una frattura.
Può suggerire qualcosa che non vediamo più.
Può anche diventare il punto di incontro tra ciò che è stato fatto intenzionalmente e ciò che è emerso durante il processo.
Per questo, quando guardo un’opera, mi interessa molto ciò che accade sulla sua superficie.
Un graffio può diventare una presenza.
Una sovrapposizione può raccontare un passaggio.
Una parte lasciata vuota può avere lo stesso peso di una parte piena.
Un’impronta può suggerire l’idea di qualcosa che è esistito e che ora non c’è più.
La superficie, quindi, non è semplicemente il rivestimento dell’opera.
Può essere il luogo in cui l’opera comincia a parlare.
Impara a guardare anche ciò che non c’è
Uno degli aspetti che mi interessano maggiormente è il rapporto tra presenza e assenza.
L’assenza non significa necessariamente mancanza.
A volte ciò che non vediamo è proprio ciò che attiva la nostra immaginazione.
Penso, per esempio, al progetto dei Camicini e a La Culla.
Un piccolo indumento può conservare la forma di un corpo senza contenere più quel corpo. La materia rimane, mentre la presenza che quella materia suggerisce non è più visibile.
Il vuoto diventa allora parte dell’opera.
Non è uno spazio da riempire.
È uno spazio da ascoltare.
Questo tipo di esperienza può essere molto utile anche quando osserviamo un’opera che, a un primo sguardo, sembra difficile.
Possiamo chiederci:
Che cosa manca?
Che cosa è stato eliminato?
Che cosa è soltanto suggerito?
Dove sento una presenza anche se non vedo un corpo, un oggetto o una figura?
Sono domande che possono condurci molto più lontano della semplice ricerca di una spiegazione.
Camicini
Guarda un dettaglio prima dell’opera intera
C’è un esercizio che trovo particolarmente utile.
Quando incontri un’opera, non guardarla immediatamente nella sua interezza.
Avvicinati a un dettaglio.
Osserva una porzione della superficie.
Guarda un segno.
Segui una linea.
Nota una variazione di colore.
Chiediti perché proprio quella parte abbia attirato la tua attenzione.
Soltanto dopo allontanati e guarda l’opera nel suo insieme.
Spesso accade qualcosa di interessante: l’immagine complessiva cambia.
Quello che prima sembrava secondario diventa importante.
Una piccola traccia può diventare una chiave di lettura.
Una zona vuota può assumere un peso diverso.
Un dettaglio apparentemente casuale può rivelare il rapporto tra le diverse parti dell’opera.
È un modo semplice per rallentare lo sguardo.
E oggi rallentare lo sguardo è già una forma di attenzione.
L’opera non finisce quando l’artista smette di lavorare
Un’opera ha certamente un percorso: nasce da una ricerca, da una scelta, da materiali, tecniche, gesti e trasformazioni.
Ma quando incontra il pubblico, accade qualcosa di nuovo.
Entra in relazione con uno sguardo diverso da quello dell’artista.
Questo non significa che ogni interpretazione sia automaticamente corretta o che il contesto dell’opera non abbia importanza.
Significa che l’esperienza dell’arte non è soltanto una trasmissione di informazioni.
È anche una relazione.
Per questo non penso che chi guarda debba necessariamente conoscere tutto prima di poter entrare in rapporto con un’opera.
La conoscenza può arrivare dopo.
Può aiutare a comprendere la tecnica, il periodo, il contesto, la ricerca dell’artista.
Ma il primo incontro può essere semplicemente visivo.
Può partire da una sensazione.
Come iniziare a guardare un’opera contemporanea
Se ti trovi davanti a un’opera contemporanea e non sai da dove iniziare, prova questo piccolo percorso.
Prima guarda senza cercare spiegazioni.
Poi individua il dettaglio che attira maggiormente la tua attenzione.
Osserva la superficie.
Cerca segni, tracce, sovrapposizioni e vuoti.
Chiediti che cosa è presente e che cosa invece viene soltanto suggerito.
Nota quello che provi, senza giudicarlo.
Solo alla fine chiediti quale significato potrebbe avere ciò che hai osservato.
Non è necessario arrivare immediatamente a una risposta.
A volte è più interessante lasciare aperta una domanda.
Guardare è già un modo di entrare nell’opera
Credo che uno dei compiti dell’arte contemporanea sia proprio quello di modificare il nostro modo di guardare.
Non necessariamente mostrando qualcosa che non abbiamo mai visto.
A volte semplicemente invitandoci a osservare diversamente qualcosa che avevamo già davanti agli occhi.
Una superficie.
Una traccia.
Un vuoto.
Un gesto.
Una materia.
Un'assenza.
Per questo, quando qualcuno mi dice “non capisco quest’opera”, non penso che sia arrivato alla fine del percorso.
Penso che sia arrivato all’inizio.
Perché forse la domanda non è ancora “che cosa significa?”.
La domanda può essere molto più semplice:
“Che cosa succede dentro di me mentre la guardo?”
Ed è da lì che, spesso, può iniziare un vero incontro con l’arte.