Dalla materia alla stampa: segno e impronta tra materia, memoria, colore e sperimentazione
Ripensando oggi a quella stagione di sperimentazione, mi è sempre più chiaro come nulla sia avvenuto per caso.
Ogni prova con il gesso, ogni superficie graffiata e incisa, ogni materiale osservato e manipolato, ogni texture scoperta lungo il percorso stava preparando il terreno a ciò che sarebbe arrivato dopo.
Allora non potevo ancora sapere dove mi avrebbe condotto quella ricerca. Oggi, guardandola a distanza, riconosco una continuità precisa: il rapporto con la materia, il valore del segno, l'importanza dell'impronta, la memoria contenuta nelle superfici e, soprattutto, la disponibilità ad accogliere ciò che non potevo prevedere.
Il passaggio dalla materia alla stampa non è stato quindi una frattura, ma una naturale evoluzione.
Dalla materia al segno: quando la superficie inizia a parlare
Prima ancora di incontrare il torchio, avevo già iniziato a interrogare la superficie.
Graffiare, incidere, sfregare, riempire, togliere. Sono gesti apparentemente semplici, ma capaci di modificare profondamente la materia.
Il gesso, in particolare, mi permetteva di osservare una cosa che sarebbe diventata fondamentale nella mia ricerca: il segno non si limita a essere tracciato sopra una superficie. Può penetrarla, modificarla, interromperla e lasciare una traccia.
La superficie diventava così un luogo di passaggio.
Da una parte c'era la materia concreta, fisica, visibile. Dall'altra c'era l'assenza lasciata dal gesto: una parte sottratta, scavata, modificata.
È proprio in questa relazione fra presenza e assenza che ho iniziato a comprendere quanto potesse essere importante l'impronta.
Non soltanto ciò che rimane, quindi, ma anche ciò che manca.
Il segno come traccia e come memoria
Nel tempo ho imparato che un segno può raccontare molto più della forma che rappresenta.
Può essere una traccia di un gesto, una registrazione di un passaggio, una memoria di qualcosa che è accaduto sulla superficie.
Questa attenzione alla traccia si è collegata naturalmente alle riflessioni sviluppate negli ultimi anni intorno alla materia, alla memoria e alla trasformazione.
La materia conserva.
Conserva pressioni, graffi, impronte, stratificazioni. Conserva anche gli errori e le modifiche.
Ed è proprio questa capacità di conservare che rende la superficie qualcosa di più di un semplice supporto.
Quando il torchio calcografico diventa una naturale prosecuzione
Quando incontrai il torchio calcografico, ebbi la sensazione di ritrovare qualcosa che, in realtà, stavo cercando da molti anni.
La pressione esercitata tra matrice e carta non mi apparve come una tecnica completamente nuova da imparare.
Meteore 2009
Era la naturale prosecuzione di un dialogo che avevo già iniziato con la materia.
La matrice poteva accogliere il segno e conservarlo. Il torchio poteva trasferire quel segno sulla carta.
In quel momento compresi che la stampa non era semplicemente il risultato finale di un procedimento tecnico.
Era un passaggio.
Un trasferimento.
Un incontro tra due superfici.
La matrice non è soltanto uno strumento
La matrice ha un ruolo fondamentale perché raccoglie ciò che accade prima della stampa.
La profondità della solcatura, la qualità della superficie, il modo in cui viene distribuito l'inchiostro: ogni elemento contribuisce al risultato.
Anche la carta partecipa al processo.
Le sue fibre accolgono l'inchiostro e ricevono la pressione del torchio. La superficie della carta diventa quindi parte integrante dell'immagine.
È qui che ho iniziato a considerare la stampa d’arte non come una semplice riproduzione, ma come un'esperienza autonoma della materia.
L'immagine nasce dall'incontro tra ciò che è stato preparato e ciò che accade durante la pressione.
L’impronta trasforma il segno in una presenza
Il passaggio dalla matrice alla carta mi ha portato a una consapevolezza ancora più importante.
L'impronta non è una semplice copia.
È una presenza.
Qualcosa viene trasferito da una superficie all'altra, ma nel passaggio può cambiare, modificarsi, assumere una nuova intensità.
Il segno inciso nella matrice diventa visibile sulla carta.
La pressione lascia una traccia.
L'inchiostro riempie la superficie.
La carta registra il passaggio.
Quello che prima era soltanto intuito attraverso la materia diventa finalmente leggibile.
Anche il colore assume un ruolo importante. Non è soltanto un elemento decorativo, ma contribuisce a modificare la percezione dell'impronta, della profondità e della relazione tra le diverse parti dell'immagine.
Dalla presenza all’assenza
Nel mio percorso, l'impronta ha spesso avuto anche un rapporto molto stretto con l'assenza.
Un oggetto può non essere più presente e tuttavia lasciare una traccia.
Un tessuto può diventare matrice.
Un indumento può trasformarsi in segno.
Una superficie può conservare la memoria di qualcosa che non vediamo più.
È una riflessione che si collega a una parte importante della mia ricerca: il rapporto tra oggetto, vissuto, memoria e presenza umana.
La materia diventa quindi un modo per rendere tangibile ciò che, normalmente, appartiene alla sfera dell'invisibile.
Dal controllo all’inatteso: il ruolo del caso nella stampa
Nel percorso che ho raccontato parlando di sperimentazione e di superamento delle regole, un elemento è rimasto costante: la necessità di lasciare spazio a ciò che non posso controllare completamente.
La stampa rende questa condizione particolarmente evidente.
Posso preparare la matrice.
Posso scegliere l'inchiostro.
Posso decidere il colore.
Posso impostare la pressione.
Ma fino a quando il foglio non viene sollevato, una parte del risultato rimane nascosta.
È proprio quel momento di attesa che rende il procedimento così interessante.
Il caso non sostituisce la ricerca e non elimina la progettazione. Entra piuttosto in relazione con esse.
È una presenza con cui dialogare.
Monotipo e monoprint: quando l’unicità diventa linguaggio
È in questo spazio tra controllo e sorpresa che trovano un posto naturale i miei monotipi e monoprint.
Nel monotipo, l'esemplare nasce come risultato unico di un procedimento nel quale la matrice, per sua stessa natura, non permette una semplice ripetizione identica.
Nel monoprint, invece, la matrice può essere utilizzata nuovamente, ma ogni passaggio può produrre un risultato differente attraverso il colore, l'inchiostrazione, la pressione o altri interventi.
La differenza non è soltanto tecnica.
Per me rappresenta un modo diverso di intendere la superficie.
Non cerco necessariamente di ripetere.
Cerco di ascoltare ciò che accade.
Ogni stampa diventa così un nuovo incontro tra intenzione e imprevedibilità.
Materia, colore e memoria diventano un’unica trama
Se ripenso ai diversi momenti della mia ricerca, riconosco oggi una continuità che allora non potevo vedere con la stessa chiarezza.
Il segno, la materia, la memoria, il colore e l'impronta non sono mai stati elementi realmente separati.
Sono parti di uno stesso percorso.
La materia mi ha insegnato ad osservare.
Il segno mi ha insegnato a lasciare una traccia.
La matrice mi ha insegnato a conservare quella traccia.
Il torchio mi ha mostrato come trasferirla.
La carta mi ha insegnato ad accettare la trasformazione.
Il colore mi ha aperto ulteriori possibilità.
E il caso mi ha ricordato che non tutto deve essere previsto.
Questo filo collega anche le riflessioni sviluppate nei precedenti articoli: dalla necessità di mettere in discussione le regole alla scoperta della materia come linguaggio, fino alla possibilità di accogliere l'imprevisto come parte integrante della ricerca.
La stampa d’arte come esperienza unica e irripetibile
Oggi considero ogni stampa d’arte come qualcosa che porta con sé la memoria del procedimento attraverso il quale è nata.
Non vedo soltanto l'immagine finale.
Vedo la matrice.
Vedo la pressione.
Vedo il colore.
Vedo la superficie.
Vedo il gesto.
Vedo anche quello che è accaduto senza essere stato completamente previsto.
È questo che rende particolarmente interessante il rapporto con il collezionista.
Chi osserva una stampa non incontra soltanto un'immagine, ma può entrare in relazione con un processo.
La carta diventa testimonianza di un passaggio.
L'impronta diventa memoria.
Il segno diventa linguaggio.
La materia diventa racconto.
E l'unicità dell'esemplare restituisce all'opera una dimensione irripetibile.
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Ripensando oggi a quella stagione di sperimentazione, mi accorgo che il passaggio dalla materia alla stampa era già contenuto nei primi graffi, nelle superfici lavorate, nelle texture e nelle impronte.
Nulla era veramente separato.
La ricerca procedeva attraverso trasformazioni successive, seguendo un filo che dalla materia conduce al segno, dal segno alla matrice, dalla matrice all'impronta e dall'impronta alla memoria.
È un percorso che continua ancora oggi.
Mi interessa sapere come viene percepito questo rapporto tra materia, segno e stampa da chi osserva un'opera.
Quale traccia vi rimane più impressa?
Scrivetemelo nei commenti oppure contattatemi per approfondire il mio lavoro e le opere disponibili.
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