Ricerca artistica, libertà di linguaggio e cifra stilistica

Quando tecniche e materiali cambiano, tra libertà di linguaggio e cifra stilistica nella ricerca artistica contemporanea

Nel sistema dell’arte si parla spesso di riconoscibilità, di segni ricorrenti, di una cifra stilistica che renda immediatamente identificabile un percorso. È una richiesta comprensibile: il mercato ama ciò che può catalogare, il pubblico ciò che può riconoscere senza sforzo.
Io ho scelto consapevolmente di non muovermi in questa direzione.

La mia ricerca non nasce dalla fedeltà a una forma, ma dal rispetto assoluto del contenuto. Ogni progetto pone domande diverse, e a domande diverse non possono corrispondere sempre le stesse risposte visive o materiche. Per questo motivo utilizzo linguaggi differenti: non per disorientare, ma per restare coerente con ciò che voglio raccontare.

Cambiare tecnica non significa rinunciare all’identità. Al contrario, è un atto di responsabilità. La materia, per me, non è mai protagonista assoluta: è uno strumento. È chiamata a servire il concetto, ad adattarsi al racconto, a farsi mezzo e non fine. Quando il contenuto evolve, anche il linguaggio deve trasformarsi.

Questa libertà non è improvvisazione. È metodo. Un metodo costruito nel tempo, fatto di ascolto, studio e sperimentazione, che mi ha permesso di ottenere risultati inattesi e di aprire visioni alternative, sia per me che per chi osserva. È proprio in questo scarto, in questo “inciampo” rispetto alle aspettative, che nasce il dialogo.

Nel 2026 questo approccio sarà al centro di tre progetti distinti, solo in apparenza lontani tra loro.

Il primo affronta il tema della resilienza. Un evento traumatico, come l’allagamento del mio studio, diventa punto di partenza per una riflessione più ampia. La fotografia, il gum print e lo studio scientifico delle muffe trasformano un danno in linguaggio, una ferita in archivio visivo. Ciò che solitamente viene nascosto o rimosso diventa invece materia di osservazione.

Il secondo progetto indaga l’imprevedibilità. Attraverso la marmorizzazione, l’acqua diventa soggetto attivo, capace di scrivere una memoria autonoma. Qui il controllo si riduce, lasciando spazio a dinamiche che non possono essere replicate. Ogni esito è unico, come lo è il tempo che lo ha generato.

Il terzo progetto si concentra sulla solidità dei gessi e sul rapporto tra vuoto e presenza. Lo spazio assente diventa volume, il silenzio assume corpo. È una riflessione sulla forma che nasce da ciò che manca, su ciò che percepiamo solo quando prende consistenza.

Tre direzioni diverse, un’unica tensione: rendere visibile ciò che normalmente non vediamo. È in questo passaggio, tra cifra stilistica e libertà di linguaggio, che riconosco la mia posizione. Non una firma ripetuta, ma una coerenza profonda, che attraversa materiali, tecniche e processi senza mai irrigidirsi.

Se questa visione risuona con il tuo modo di guardare l’arte, il confronto è sempre aperto.