Anni 2012-2014

Sara Montani non è nuova a lavorare sul tema dell’infanzia. Il mondo dei bambini, frammisto alla memoria della propria infanzia, era già entrato in altre sue precedenti serie di lavori, come presenza evocata in assenza. Il discorso sviluppato in questo libro d’artista, però, si complica sia da un punto di vista linguistico sia fenomenologico o, più semplicemente, per via delle implicazioni chiamate in causa. La filastrocca stessa, come genere letterario, si presta a una moltitudine di punti di vista.

Il “chiccolino” di grano a cui si rivolge il testo è un termine intenzionalmente ambivalente: con il suo diminutivo affettuoso non fa che accentuare il parallelismo fra il chicco in attesa di diventare spiga e il cucciolo d’uomo, a cui pure potrebbe essere attribuito quel nomignolo come vezzeggiativo. Il confronto, o meglio l’associazione di idee, non è dichiarata, ma salta subito all’occhio del lettore: il chicco di grano dorme nella culla, come qualsiasi neonato accudito e protetto. Va da sé che la neonata spiga e la semente umana abbiano in comune, più di ogni altra cosa, una crescita potenziale. L’uomo “matura”, come la spiga, alla luce del sole, e in questo accentua la propria sete di vita, e di vita gioiosa.

L’operazione visiva, in casi come questi, non può che oggettivare la metafora, cioè rendere visibile il linguaggio e invitare a riflettere, tramite questo, su quanto certi significati traslati siano radicati nelle nostre espressioni verbali più comuni. Sta poi alla sensibilità dell’artista scegliere cosa mettere in evidenza e i mezzi per veicolare il suo commento visivo.
In questo caso, Sara Montani si è servita di un doppio registro: della fotografia e dell’incisione. Si sarebbe potuta servire, forse, del disegno, ma avrebbe corso il rischio di cadere nell’illustrazione, vanificando il carattere performativo che connota invece questa serie. Nulla, verrebbe da pensare, oggettivizza più di una fotografia: la foto, si dice, riporta fedelmente quello che c’è. Ma quello che vede l’occhio fotografico, in questo caso, è stato costruito dall’artista in modo che l’azione interpreti quel contenuto della filastrocca: basta mettere nelle manine di una bimba qualche spiga per provocare il cortocircuito fra i due elementi ed instaurare il dialogo. E non può che suscitare un’immediata tenerezza questa immagine così intima e domestica: in questo senso, il commento visivo dell’artista offre una colorazione emotiva al testo, ne condiziona la lettura.

Per questo Sara Montani intermezza gli interventi fotografici con pagine realizzate a torchio calcografico, con successivi interventi ad acrilico e matita per arricchire pittoricamente le impronte delle spighe lasciate per impressione a stampa, infine combinate con alcune frasi della filastrocca applicate a mano tramite stampini. Per Sara Montani, infatti, la calcografia non ha segreti: l’artista sa bene che quasi ogni oggetto può diventare matrice per la stampa, che ogni oggetto può lasciare un’impronta e, con questo, una presenza immediata, per certi versi oggettiva. Le pagine grafiche, però, fanno da contrappunto: la filastrocca si dipana da una pagina alla successiva, fra slarghi narrativi (le fotografie) e commenti pittorici (le stampe) su cui corre il testo.

È in questo modo che Sara Montani trova una propria via per ridare vita a un genere antico, tramandato per tradizione popolare orale e che, come tutte le tradizioni affidate alla viva voce, sono le più soggette al mutamento sociale: la scrittura avvisa del rischio di perdita di questo patrimonio e cerca di preservarlo. L’immagine sta a spiegarci perché ne valga la pena, e ci ricorda come nella semplicità ci sia un fragranza genuina di cose autentiche, che non vanno perdute.

Luca Pietro Nicoletti, 2014

Anni 2010-2012

Il lavoro di Sara Montanti viene incluso nel testo di educazione artistica per la scuola media Arte Mix - Laboratori di arte contemporanea (Zaffaroni, Ed. De Agostini).

 

Anni 2000-2010

Le particolarità dell’opera di Sara Montani si collocano all’antitesi di una certa deriva individualista e nichilista dell’arte contemporanea. La sua poetica si radica in una fiducia nel lavoro collettivo e pluri-disciplinare che è la diretta eredità di esperienze importanti, come scenografa e come insegnante. Quindi la pratica simultanea della pittura, della scultura e dell’incisione non si risolve in un vuoto eclettismo ma si traduce in immagini ricche di tracce e rimandi, in uno scambio reciproco di materie e processi.

In alcuni decenni di attività artistica e didattica, Sara Montani ha sempre posto coraggiosamente in discussione se stessa, le convenzioni dell’insegnamento e le norme delle tecniche.

Ha sperimentato sui vari linguaggi spingendoli ai limiti. Mediante incessanti sovrapposizioni e colte contaminazioni, ha accolto nelle sue opere sia il proprio vissuto che oggetti reali, ma ha anche saputo astrarne ritmiche trame, incantevoli cromie e magiche visioni.

Nel difficile equilibrio tra un’attitudine estroversa e comunicativa e un registro introverso e intimista, ha sempre perseguito un metodo chiaro eppure paradossale: una necessaria sfida al caso e una sorta di gioco degli elementi che infine si ricompongono come in un puzzle. E ancora oggi - come testimonia questa tappa - procede lungo questo cammino di conoscenza di sé e dell’altro, alimentato dall’emozione e dallo stupore di fronte ad avventure e scoperte sempre nuove.

Sara Fontana, 2008

 

Soggetti e procedure

Una matrice, gli inchiostri, i rulli, il torchio e i fogli per la stampa: questi i protagonisti in gioco nel lavoro perché siamo nel laboratorio di incisione dove la ricerca empirica, la sperimentazione, anche l'errore come il caso costituiscono gli ingredienti e le incognite fondamentali dell'agire artigianale. Approssimativamente questo avviene in tutti i laboratori dove la macchina e la manualità convivono in un connubio oggi difficilmente frequentabile, ma Sara Montani da anni “trasgredisce” le regole consegnate dalla tradizione: in effetti non esistono limi ti alla ricerca di nuovi materiali e procedure e, oltretutto, la stessa storia dell'incisione è composta, dalle origini, da tante “violazioni” operate dagli artisti, oggi fra i più celebri, rispetto alle norme ereditate: ma questa è circostanza che esula dal presente ragionamento rientrando in quel ciclo di langue e parole, di “norma” e “uso” che appartiene a qualunque linguaggio espressivo. Montani, oltre a adottare lastre metalliche dell'attrezzatura consueta, “inventa” le sue matrici, rende “lastra”, proponibile alla stampa, materiali eterogenei e immediatamente non imparentabili a tale uso, come frequentemente la stoffa, il tessuto, il perspex: e l'elenco è inevitabilmente aperto perché sembra accettabile la filosofia che “tutto” possa diventare “causa” per un effetto sulla superficie stampabile. Allora, senza entrare nel merito di un dibattito, ormai annoso, fra ortodossia e eterodossia, fra conservazione e innovazione nel modo di realizzare matrici o stampare, il problema mi sembra debba essere collocato a un livello diverso, quello della stretta connessione, anche interscambio, fra le tecniche operative adottate. Negli anni l'artista ha adottato il “monotipo” e soprattutto la “monostampa”, tecniche discusse in altri contributi del catalogo: soprattutto la seconda, che prevede il riutilizzo della medesima matrice diversamente inchiostrata a ogni passaggio del torchio permette la realizzazione di “varianti” cromatiche al singolo esito che possono andare dalla differenza minima fra esito e esito alla quasi irriconoscibilità fra le prove. Le diverse inchiostrature sono precedentemente progettate, l'ultimo esito realizzato costituisce lo stimolo per un suo mutamento partendo dall'elementare accentuazione di quanto precedentemente depresso: si tratta di un singolare dialogo fra la prova precedente e quella immaginata perché certamente il mestiere può prevedere ma esiste, nella pressione del torchio e nel comportamento del colore un quanto di interrogativo circa il risultato finale che si potrà sciogliere solo al momento di liberare il foglio impresso. Ecco il ruolo del caso cui si è accennato in esordio. In una serie dedicata alla Mia Africa di Karen Blixen Montani, dopo un repertorio di soluzioni che abbassano o esaltano la “pelle” della matrice adottata, ha riportato il tutto anche in calcografia, chiudendo in questo modo, momentaneamente, il ciclo delle sperimentazioni.

Due mi sembrano i temi su cui riflettere nell'affrontare il lavoro, la scelta del soggetto e quella dello strumento con cui presentarlo come opera autonoma: sembrerebbe una riflessione ovvia visto che di arte figurativa si discute ma la storia, per fortuna non lineare della ricerca artistica, ha negli ultimi decenni offerto alternativamente tanto un privilegio all'uno e all'altro polo della questione. Nel nostro caso i due aspetti sono in costante dialettica, dove l'invenzione, la “scoperta” appartiene a entrambi i registri. Non a caso Montani nell'operare procede anche alla violazione esplicita della convenzione impaginativa dell'incisione, dove il segno di scontorno perde il suo ruolo tradizionale di “soglia” invalicabile fra foglio vergine e superficie incisa per essere diversamente aggredito da sovraimpressioni che rendono labile il confine. I “soggetti” di Montani appartengono alla sfera del quotidiano: sono principalmente “oggetti” reali, dotati di una dimensione che appartiene alla realtà, in scala uno a uno, perché direttamente il loro corpo diventa matrice per l'opera: come si è detto non vi è, se non limitatamente, “rappresentazione” bensì “presentazione” attraverso la forma nello spazio che il soggetto acquisisce una volta reso rigido dalle colle e sottoposto alla pressione variabile del torchio, frammenti che assumono sul foglio il ruolo di protagonisti. Un ragionamento sulla traccia: e l'impronta come l'usura dei materiali costituiscono inevitabili “indici” che occorre però registrare: Montani mette in evidenza figure altrimenti perse a una osservazione superficiale o magari attenta al contenuto e non alla forma.

Un soggetto marginale, o meglio complementare: l'arredo del corpo, dall'attrezzatura del neonato a quella variegata dell'adulto, inconsueto nella sua posa come oggetto deposto su un piano: una ”natura morta” se non venissero a cadere le coordinate spaziali in cui l'oggetto è tradizionalmente collocato, in una “messa in scena” dell'oggetto che pure Montani ha in escursioni recenti affrontato: si veda al riguardo il ciclo In scena del 2005 o le installazioni degli anni precedenti documentata nell'esposizione Sosia d'ombra al Castello Visconteo di Trezzo sull'Adda del 2003. La “bella forma” che il frammento del reale, o il soggetto integro ma diversamente composto, sono allora in grado contemporaneamente di alludere alla propria precedente storia, al loro uso, come suggerire altre fisionomie, in una catena di associazioni che permette un singolare gioco di fantasia.

Alberto Veca, Tracce e rimandi, (Officina dei Carrubi, 2008).  

 

Avete mai visto i bambini mentre aspettano che il torchio restituisca lastra e foglio dai rulli che stanno girando? Occhi spalancati, bocca aperta. E, soprattutto, silenzio. Possono essere anche trenta bimbetti di una scuola materna ma quando girano quei rulli nessuno si muove. Tutti aspettano la magia dell'impronta che dalla lastra incisa passa alla carta. Stiamo parlando d'incisione. Cose da libri di storia dell'arte. Complesse per i bambini. Però, se sulla lastra ci mettete una fiaba, disegnata proprio da loro e se a raccontare come si fa c'è Sara Montani, quell'arte da adulti diventa un gioco serio. Serissimo perché si usano strumenti importanti, si creano matrici come veri artisti intervenendo, per spessore o per incisione, su lastre di cartone, rame o plexiglas. Si raccontano storie provando tante tecniche proprio come in una bottega d'arte. E intanto si progetta e s'inventa, si gioca con le parole e con le forme. Il risultato incanta. I segni graffiati sulla lastra o i pezzetti di carta, tessuti, foglie appiccicati sono davvero il naso di Pinocchio, la finestra della casa o i rami dell'albero. “Appena sperimentano che l'effetto di una foglia, combinato con quello di un pezzo di scotch, può creare un'altra immagine si sbizzarriscono a cercare altri effetti. Scoprono che ogni volta nascono forme diverse». L'invenzione passa da un bambino all'altro. “E se ci metto il tulle?”. “E se provo con la carta di caramelle?”. “E se stampo sul tovagliolo? O sopra una pagina di libro?”. L'eccitazione si stempera per diventare concentrazione e vedere che cosa succede. “Come hai fatto a ottenere quel fiore?” E magari a chiederlo è proprio un adulto, a cui una cosa così bella non è venuta.

Sara è un'artista e lei stessa gioca con i suoi lavori ma non sì accontenta della dimensione solitaria della ricerca artistica. Le piace mettere a disposizione le sue esperienze e le sue emozioni sapendo che in ciascuno una creatività che ha bisogno di trovare spazio. «Manipolando materie e colori io ho scoperto le mie forze e le mie debolezze. Ogni linguaggio che sperimento mi fa riflettere. Cresco, trovo nuovi punti di vista per interpretare la mia vita. In poche parole: mi capisco. Anche per un bambino la creatività diventa un percorso formativo per conoscersi e imparare a scegliere. L'incisione, coinvolgendo il fare, il pensare e il vedere insegna a mettere a punto le fasi di un progetto sia creativo, sia della propria vita».

Anche le mostre e le installazioni di Sara sono racconti in cui le matrici vengono incise prendendo sagome e forme a prestito dalle cose. Piccole mani che inseguendosi disegnano la forza di gravità ci parlano di guerra. Bavaglini, fasce, cravatte, camicie di forza narrano dei nodi che ci limitano e del bisogno di slegarsi per esser individui. E lei si slega non limitandosi a stampare sulla carta ma cercando tutto quello che può lasciare un'impronta, per imprimere su qualsiasi materiale sia pure gesso o tessuto. Ogni suo lavoro è sperimentazione. Sara insegnava educazione artistica alle medie ma i programmi le andavano stretti e ha lasciato la scuola. Ora, con l'Associazione Roberto Boccafogli, che promuove l'arte come mezzo educativo: propone laboratori di stampa a cui partecipano persone di tutte le età, dai bimbetti dell'asilo agli studenti appena usciti dall'Accademia. «Il torchio consente infinite opportunità di sperimentazione creativa», dice. «Utilizzare in modo personale tecniche così antiche e poco conosciute è un'enorme gratificazione. Se c'è un errore si corregge modificando o inchiostrando ancora la lastra. La matrice è come una mamma che ha tanti figli, hanno tutti lo stesso cognome ma ognuno ha un suo nome. E così i bambini finiscono per chiamare la lastra “madrice”

Si parte sempre da una storia inventata raccontata o fatta raccontare dai bambini. Spesso è frutto di una ricerca. Un vero lavoro di documentazione per identificare i personaggi o per scoprire [a città, il quartiere o un museo e trovare le immagini per descriverlo. Ci si documenta fotografando. Possono essere certe esse, una piazza, il bosco oppure i faraoni che dai loro troni raccontano la civiltà egizia. Si preparano i bozzetti e sì trasportano sulla matrice. Ma come? «Spiego cos'è un'acquaforte, una puntasecca, una linoleumgrafia. E tutti gli altri segreti dell'incisione, riflettiamo per non farci male sugli arnesi difficili come le punte. Con i piccoli usiamo vinavil per tracciare il segno o lavoro io con punte o acidi il loro disegno fatto a pennarello. Saranno i bambini a scegliere la tecnica con cui sono in sintonia». Che cos'è un albero? Un grande rettangolo e tanti piccoli rettangoli. E come si fa un bosco? Mettendo insieme gli alberi di ogni bambino. E se non stanno sul foglio? Si compongono altre pagine. Naturalmente ci sono delle regole. Sono le tecniche a dettarle. Lo spazio dei foglio, le punte che in base alle forme [asciano segni diversi e il.torchio: si può mettere qualsiasi cosa per fare una matrice ma deve passare sotto i rulli. Ma il bello del momento artistico è che c'è la possibilità di trasgredire. «I rulli con cui si Ungono e matrici devono poi scompiglia tutto. «Il bambino col rullo blu può inchiostrare nel rosso e quello con il rosso nel giallo». Un'altra magia:viola e arancio. E una conseguenza pedagogica lo regole sono importanti per imparare le tecniche ma poi si scopre che, conoscendole, si possono rompere gli schemi ed esprimersi in modo individuale.

Si può costruire un calendario in cui ogni bambino rappresenta un mese o un insieme di cartoncini che raccontano Cappuccetto Rosso o il Piccolo Principe. Uofferto finale e sbalorditivo. Un libro d'artista o una cartella riuniscono il lavoro del gruppo. Un oggetto di valore, unico, e per nulla inferiore a quelli degli artisti veri. «Ciò che importa, però, è che attraverso l'esperienza i bambini scoprono quanto è importante lasciare un'impronta di sé». Picasso diceva: “In ogni bambino c'è un artista, la sfida è rimanerlo tutta la vita” “Avete notato la forza espressiva dei disegni dei bambini?”, chiede Sara. “Con il rosso fanno un veloce segno dentro a cui vedono un mondo. Difficile per un adulto pure se è un artista. A me piace rubare l'essenzialità e l'intensità di quei gesti, i bambini si stupiscono dei loro lavori che escono dal torchio. E anch'io mi stupisco ogni volta che il torchio mi restituisce l'impronta dei miei pensieri”.

Luisa Pronzato, La magia dell'incisione (Insieme - Rizzoli, Aprile 2006)

 

1990-2000

[...] Privilegia stesure cromatiche estese, ricche di fermenti e spessori. Non compaiono figure, e se qualche spunto iconico è talvolta ipotizzabile, l'artista rapidamente ne prescinde, se ne astrae. ....La pittura di Sara Montani richiama le esperienze dell'Informale e del Naturalismo lirico. E su questo " lirico " deve appuntarsi l'attenzione di chi voglia porsi in un contatto reale con dei lavori tanto peculiari. Dallo stesso impatto pittorico, senza il tramite della figurazione e con un utilizzo minimo della dialettica cromatica, emerge misteriosamente un acuto vibrare di intensa poesia. E si avverte l'esistenza di un Universo che non appartiene più alla sfera personale dell'artista. E' passato da lei alle opere, e da queste si propone ad altri che vogliano intendere. Senza sforzo, se solo si attenuano le resistenze all'ascolto poste dai veti della mente, queste lastre come di roccia variegata, collocate su monacali pannelli neri, sussurrano di spiritualità e di gioia di vivere e di operare, di ideale etici prima che ancora estetici, di fede nell'uomo e nelle sue capacità propositive, di fantasia e creatività. [...]

Pier Luigi Senna, Misia CD (MPE Monconi Pejrano Editori, 1998 Milano)

 

Una chiocciola d'ambra

[...] Specchi, chiavi, memorie, tracce, soglie, si evidenziano, nodi reali o iperreali, ricavandone, lo spettatore attento, musiche proprie, radar di ombre per soli non segreti. Anche il computer, di cui tanto oggi si parla, di cui parecchi artisti si ingegnano a cercare la sua meccanica anima segreta, è usato (ma pare accarezzato appena) da Sara Montani; senza il pericolo, comunque che ne risulti, dall'impiego detto, una medusa glaciale e intrasparente. Sara Montani evoca, irrequieta: è un'artista che ancora intitola i suoi quadri. Nulla qui può definirsi " composizione ", tale parola significando spesso " imprecisa disattenzione al fare". "Ma come ci si muove irrequieti, sempre a cercar quel che si è trovato " intitola l'autrice un turbinio dove ruota in bruni cupi e gialli accesi la chiave, segno eterno di scoperta. Le sue " Tre porte " strette e non anguste invitano a passare oltre, nuova Alice...[...]

Sergio Dangelo, Nodi… in reale e virtuale (MPE Monconi Pejrano Editori, 1997 Milano)

 

 

[...] Un tempo mediante "storiette" grandi o piccole (cioè gli affreschi, le pale d'altare, i quadretti) i pittori narravano alla plebe analfabeta Bibbia e Storia. Oggi la raffigurazione va sempre più in disuso, affidando gli artisti ad una coloristica espressione i loro messaggi, sentimenti, speranze. E questa pittrice cerca di fare proprio questo, in nome della cecoviana intelligenza del cuore, che anche nell'arte è, o può essere, richiamo, guida, e profonda parola. [...]

 

Enzo Fabiani, Nuova arte. Rassegna d'artisti e partecipanti al Premio Arte 1996 (Ed. Giorgio Mondatori, 1997 Milano)

 

Vi è mai venuta l'idea di stare in silenzio, fermi, senza più nulla dire, non perché vuoti di idee ma perché sazi delle troppe idee che il mondo di oggi propone? Così m'è capitato, giorni or sono, e me ne stavo a «pensare il silenzio», quando Sara Montani - cui mi lega anche l'ammirazione per le sue qualità d'umanesimo sociale - mi ha chiesto queste poche righe. Così ho visto, di suo, più di quanto avevo gustato alle mostre, che sono solo la punta dell’iceberg.. Addentrandomi nelle sue molte ricerche mi sono accorto che - è vero - oggi c'è troppo di tutto, oggi viviamo un Manierismo (con le medesime decadenze socio-economico-politiche del Cinquecento in Italia) in cui tutti esprimono se stessi, e le correnti dell'Arte sono tante quanti sono gli esseri umani sulla terra; però c'è qualcuno che lo è meglio de¬gli altri, o degli altri lo sa meglio dire, ed allora egli mi riconcilia con i troppi ismi, i troppi lavori, i troppi pittori, i troppi di tutto! Perché non basta dipingere, occorre che nella pittura si esprima, che quella pittura non sia la ripetizione poco più a destra o poco più a sinistra di quanto è stato già detto dieci minuti prima. Occorre che in quella pittura ci si senta l'essere umano, i suoi sogni, le sue speranze, ecco: il compito dell'artista oggi è di darci sogni e speranze, perché la tecnologia, il consumismo e gli egoismi politicoidi proprio questo ci hanno tolto. Oggi i bambini non hanno più fantasia. Ben pochi sono in grado di mantenere in loro l'amore per la favola e per le favole dell'Arte. Sara Montani conosce i bambini, ama i bambini lavora per i bambini, ed è riuscita - oggi questo è un miracolo - a mantenere intatta quella sua anima di bambino che è la nostra parte psichica dell'inconscio libero-positivo-creativo. Ecco allora il suo ridire di tessiture astratte in cui tuttavia è dato largo spazio alle possibilità del sogno, alla visione individuale, alla costruzione d'una parte di noi come specchio in cui ci si specchia. Ed ecco, insieme alla superficie-specchio, la delicatezza sognante e fragrante d'un colore-linea-conduzione-memoria su cui adagiare le nostre fantasie. Ed ecco i temi-guida: Fede, Speranza, Carità, oppure sogni e immaginifico e il divino, di là dai limiti, di là delle barriere, di là delle convenzioni codificate. Il preconcetto è bandito, così come è bandito il ruolo termine di una scuola d'arte che rinserri, codifichi e imprigioni. Ci troviamo di fronte all'espressione in assoluta libertà di quanto è sensibile, validamente sentito, senza infingimenti tecnici o richiami orecchianti ad altri che il se stesso. Ed ecco: questo è il segno che se i momenti socio-economici-politici ci hanno spento i sogni e le speranze, pittori che ricuciono lo strappo, ricollegano le radici, risveglino il senso del bello e la spiritualità del vero sono ancora lì, sulla breccia, a lottare per noi.

Gabriele Mandel, Nodi… in reale e virtuale (MPE Monconi Pejrano Editori, 1997 Milano 1994)