Oggetti, memoria e presenza nell’arte: quando la materia custodisce storie oltre l’immagine
L’oggetto non è mai soltanto un oggetto
Siamo negli anni 1992-95.
Avevo lasciato l’insegnamento e la curiosità del “cercare” era diventata frenetica. Cercavo nelle tecniche, nei materiali, nei segni, ma soprattutto cercavo nella realtà che mi circondava.
In quegli anni piccoli oggetti raccolti quasi ovunque iniziarono a entrare nelle opere.
Erano oggetti conservati gelosamente nel cassetto delle cianfrusaglie: chiavi, conchiglie, bottoni, cortecce, piccoli frammenti che apparentemente non avevano alcun valore.
Non li sceglievo per la loro bellezza.
Li sceglievo perché custodivano una storia.
Questa distinzione è importante.
Un oggetto può essere povero, consumato, dimenticato, apparentemente insignificante e, proprio per questo, diventare estremamente prezioso.
Una chiave che non apre più nessuna porta.
Un bottone che si è staccato da un abito.
Una conchiglia raccolta in un luogo ormai lontano.
Un frammento di corteccia.
Sono oggetti che hanno attraversato il tempo.
Sono stati toccati, utilizzati, dimenticati, conservati.
Sono sopravvissuti.
Ed è proprio questa loro capacità di resistere a renderli testimoni.
Non illustrano una storia.
La custodiscono.
Dalla realtà quotidiana alla superficie dell’opera
Quando un oggetto entra in un’opera, porta con sé qualcosa che l’immagine da sola non può necessariamente restituire.
Porta il proprio peso.
La propria consistenza.
La propria storia.
Porta soprattutto una relazione con la realtà.
È questo che mi interessava allora e che, guardando oggi quel periodo, riconosco con maggiore chiarezza.
L’oggetto non interrompeva il racconto dell’opera.
Ne diventava parte integrante.
La sua presenza trasformava la superficie in uno spazio di relazione, dove elementi appartenenti alla vita quotidiana potevano essere accolti senza perdere la propria autenticità.
La materia diventava così qualcosa di più di un mezzo.
Diventava memoria.
E la superficie smetteva di essere un piano da riempire.
Diventava un luogo da abitare.
È un passaggio che sento molto vicino alla riflessione affrontata nel precedente articolo sulla superficie come luogo capace di conservare il tempo, il gesto e il segno.
Ora il discorso si sposta ancora un po’ più avanti.
Se la superficie conserva la memoria, l’oggetto può diventare uno dei suoi testimoni più concreti.
Alice e coulotte con i fiocchi
Una conchiglia non rappresenta il mare
Prendiamo una conchiglia.
Potrei considerarla semplicemente una forma naturale.
Potrei osservarne le curve, il colore, la struttura.
Ma ciò che mi interessa è ciò che porta con sé.
La conchiglia non rappresenta il mare.
Ne custodisce il ricordo.
Può richiamare un viaggio, una spiaggia, un’estate, un incontro, un momento di silenzio.
Può evocare qualcosa che non è più davanti ai nostri occhi.
È questa capacità evocativa a trasformare un oggetto comune in una presenza.
La conchiglia diventa una sorta di soglia tra ciò che vediamo e ciò che ricordiamo.
Non racconta attraverso la descrizione.
Racconta attraverso l’esperienza.
E forse è proprio questa una delle ragioni per cui gli oggetti mi hanno interessato così profondamente.
Non hanno bisogno di spiegare.
Sono già portatori di una storia.
Gli oggetti come testimoni del tempo
Oggi penso all’oggetto trovato come a un testimone.
Un testimone non racconta necessariamente tutto.
Conserva una traccia.
La chiave che non apre più nulla racconta una funzione perduta.
Il bottone racconta indirettamente un abito, una persona, un gesto.
La corteccia racconta un albero, una trasformazione, un distacco.
La conchiglia racconta un luogo anche quando quel luogo non è più presente.
Sono memorie in esilio.
Frammenti che sembrano non appartenere più a nulla e che, proprio per questo, possono essere riaccolti.
È questa idea dell’accoglienza che sento ancora molto vicina al mio modo di lavorare.
L’opera non usa l’oggetto.
Lo ospita.
E ospitandolo gli permette di continuare a parlare.
L’oggetto trovato e la memoria
Il valore dell’oggetto trovato non dipende quindi dal suo prezzo, dalla sua rarità o dalla sua qualità estetica.
Dipende dalla storia che è capace di evocare.
È una differenza fondamentale.
Un oggetto può essere privo di valore commerciale e possedere un enorme valore affettivo o simbolico.
Può diventare importante perché ha attraversato una vita.
Questa attenzione verso gli avanzi, i resti e i piccoli frammenti è documentata anche nel percorso critico dedicato alla mia ricerca: conchiglie, bottoni, chiavi, legni, brandelli di tessuto e impronte entrano nelle opere proprio perché rimandano a vissuti, pensieri e domande.
Quello che apparentemente è rimasto ai margini può tornare al centro.
Non è citazione, non è ready-made
C’è un aspetto sul quale sento il bisogno di essere molto chiara.
L’inserimento di questi oggetti non nasce dalla volontà di trasformarli semplicemente in qualcosa di altro.
Non è citazione.
Non è ready-made.
È accoglienza.
L’oggetto conserva la propria identità.
Non deve fingere di essere qualcos’altro.
La chiave rimane una chiave.
La conchiglia rimane una conchiglia.
Il bottone rimane un bottone.
Ma, entrando nell’opera, la sua presenza genera nuove relazioni.
È questo il punto che mi interessa.
La realtà non viene cancellata.
Viene ascoltata.
E l’opera diventa uno spazio nel quale elementi differenti possono convivere senza perdere la propria storia.
Cercare significa prima di tutto osservare
Questa attenzione verso ciò che normalmente passa inosservato è strettamente collegata al mio modo di intendere la ricerca.
Nel metodo che ho sviluppato nel tempo, l’osservazione attenta della realtà e l’ascolto sensibile di ciò che ci circonda hanno un ruolo fondamentale. La sperimentazione, il rapporto tra materiali e tecniche, la possibilità di riconoscere nella casualità un valore e di considerare l’errore come un’opportunità fanno parte dello stesso percorso.
Per me cercare non significa soltanto trovare una nuova tecnica.
Significa imparare a guardare.
Guardare ciò che abbiamo davanti.
Guardare ciò che normalmente ignoriamo.
Guardare ciò che resta.
Guardare ciò che cambia.
Un piccolo oggetto trovato per caso può diventare uno stimolo proprio perché rompe l’abitudine.
Ci costringe a fermarci.
A chiederci perché quella cosa sia ancora lì.
Chi l’ha toccata.
Da dove provenga.
Perché sia stata abbandonata.
E cosa accadrebbe se la osservassimo non più come una cosa inutile, ma come una traccia.
La casualità può aprire nuove possibilità
La casualità ha avuto un ruolo importante nel mio percorso.
Non considero il caso come l’opposto della ricerca.
Lo considero una possibilità che la ricerca deve saper riconoscere.
Nel mio metodo, infatti, la casualità non viene semplicemente subita: diventa qualcosa da osservare e da imparare a gestire. Lo stesso principio ritorna nella ricerca calcografica, nel monotipo e nella monostampa, dove il rapporto tra regola, sperimentazione, improvvisazione e risultato unico assume un valore centrale.
L’oggetto trovato appartiene proprio a questa dimensione.
Non sempre lo cerco.
A volte è lui a farsi trovare.
Ed è questa una delle forme più interessanti della ricerca.
Non sapere esattamente cosa si incontrerà.
Essere disponibili a riconoscere un significato dove inizialmente sembrava non esserci.
Dall’oggetto alla materia
La presenza degli oggetti mi ha portato inevitabilmente a riflettere sulla materia.
Carta, pigmento, ruggine, legno, metallo, tessuto, resina, gesso.
Ogni materiale possiede una propria voce.
Ogni materiale reagisce in maniera diversa.
Ogni materiale può conservare una traccia.
L’oggetto inserito nell’opera non è quindi isolato.
Entra in dialogo con tutto ciò che lo circonda.
Una conchiglia può incontrare una superficie pittorica.
Un frammento di legno può dialogare con un segno.
Un tessuto può lasciare un’impronta.
Un elemento metallico può introdurre una diversa percezione della luce e del tempo.
La superficie diventa così un luogo nel quale linguaggi differenti possono incontrarsi.
È una ricerca che, negli anni, ha continuato a trasformarsi attraverso materiali e tecniche differenti.
Il segno racconta ciò che l’oggetto non dice
L’oggetto possiede una presenza fisica.
Il segno possiede invece una capacità diversa.
Può suggerire.
Può interrompere.
Può nascondere.
Può lasciare emergere.
Può costruire una relazione tra ciò che è presente e ciò che manca.
Per questo l’oggetto e il segno possono convivere in maniera naturale.
L’uno porta la concretezza della realtà.
L’altro porta la possibilità della trasformazione.
È una relazione che ritrovo anche nelle tecniche incisorie e di stampa che hanno accompagnato il mio percorso.
Nel monotipo e nella monostampa, per esempio, il procedimento stesso diventa parte della ricerca: la matrice, l’inchiostrazione, la pressione e gli interventi successivi possono produrre immagini uniche, differenti tra loro e aperte all’imprevisto.
Non è soltanto una questione tecnica.
È un modo di pensare.
La superficie come luogo da abitare
Forse è proprio qui che ritrovo il legame più forte con la riflessione sulla superficie affrontata nel precedente articolo.
Da allora non ho mai pensato alla superficie come a un piano da riempire.
La considero un luogo da abitare.
Un luogo nel quale la materia, il segno, l’oggetto e il tempo possono incontrarsi.
La superficie non deve necessariamente essere uniforme.
Può essere interrotta.
Può essere ruvida.
Può essere consumata.
Può contenere una presenza.
Può suggerire un’assenza.
Può mostrare una ferita.
Può conservare un’impronta.
È proprio questa sua capacità di accogliere a renderla interessante.
L’opera non nasce quindi soltanto da ciò che viene aggiunto.
Può nascere anche da ciò che viene trovato, sottratto, trasformato o semplicemente lasciato parlare.
Dalla memoria personale alla memoria di chi guarda
C’è poi un altro passaggio che considero fondamentale.
Una volta entrato nell’opera, l’oggetto non appartiene più soltanto alla mia memoria.
Può diventare parte della memoria di chi guarda.
È una trasformazione sottile.
Una persona può vedere una conchiglia e pensare al mare.
Un’altra può ricordare un viaggio.
Un’altra ancora può non avere alcun ricordo legato al mare, ma riconoscere comunque qualcosa di familiare nella sua forma.
L’opera apre uno spazio.
E dentro quello spazio ciascuno porta la propria esperienza.
È uno degli aspetti che considero più importanti anche nel rapporto con il pubblico e con il collezionista.
Un’opera può entrare in una casa, in una collezione, in uno spazio personale e continuare a generare significati.
Può diventare parte di un’altra storia.
L’oggetto sopravvive alla sua funzione
Penso spesso alla chiave che non apre più nessuna porta.
La sua funzione è finita.
Eppure la sua presenza rimane.
Forse è proprio questa la parte più interessante.
Quando un oggetto perde la propria funzione, non necessariamente perde il proprio significato.
A volte lo acquista.
Diventa memoria.
Diventa testimonianza.
Diventa traccia.
È una forma di resistenza.
Lo stesso può accadere a un bottone perso, a un frammento di tessuto, a un pezzo di corteccia o a una conchiglia raccolta anni prima.
Sono cose che avrebbero potuto essere buttate.
Invece sono rimaste.
E il fatto stesso di essere rimaste permette loro di raccontare.
Il tempo trasforma il valore delle cose
Il tempo cambia il modo in cui guardiamo gli oggetti.
Ciò che ieri sembrava insignificante può acquisire un valore inatteso.
Un oggetto dimenticato può diventare una testimonianza.
Una superficie consumata può diventare interessante proprio per le sue imperfezioni.
Un frammento può raccontare più di un'immagine completa.
È un tema che sento particolarmente vicino alla ricerca che ho sviluppato negli anni Novanta e che continua a riaffiorare attraverso materiali, tecniche e linguaggi differenti.
La cronologia del mio percorso testimonia proprio la vivacità di quegli anni, tra mostre personali, collettive, fiere d’arte contemporanea e riconoscimenti. (BIOGRAFIA)
Guardare oggi quelle esperienze significa quindi non soltanto ricordare il passato.
Significa riconoscere alcune domande che hanno continuato a tornare.
Che cosa resta?
Che cosa scompare?
Che cosa conserva la memoria?
E soprattutto: che cosa può ancora parlare quando la sua funzione originaria è terminata?
Un oggetto può custodire un’assenza
Forse è questo il punto che mi interessa maggiormente.
L’oggetto può rendere visibile un’assenza.
Una chiave può suggerire una porta che non vediamo.
Un bottone può evocare un abito che non esiste più.
Una conchiglia può riportare il mare senza mostrarlo.
Un frammento di tessuto può suggerire un corpo.
L’oggetto diventa così una presenza che parla di qualcosa che non è presente.
È una lingua fatta di tracce.
Una lingua nella quale l’assenza non significa vuoto.
Significa memoria.
L’opera continua a parlare
Oggi comprendo meglio perché quegli oggetti siano entrati nelle opere proprio in quel periodo.
Non volevo semplicemente portare un pezzo di realtà dentro l’arte.
Volevo permettere all’opera di ascoltare ciò che quell’oggetto aveva da raccontare.
L’oggetto trovato possiede tre qualità che la pittura da sola non può avere nello stesso modo: è stato toccato, è stato dimenticato, è sopravvissuto.
In lui c’è una forma di resistenza.
E questa resistenza continua a interessarmi.
Perché anche un’opera può essere considerata una forma di memoria.
Può continuare a parlare quando non siamo più davanti ad essa.
Può rimanere in una casa, in una collezione, in uno spazio privato.
Può incontrare nuove persone.
Può assumere nuovi significati.
Come la conchiglia, che continua a parlare anche quando il mare non è più davanti ai nostri occhi, anche l’opera continua a ricordare quando noi non la osserviamo più.
Dall’oggetto alla ricerca di oggi
Guardando il percorso nel suo insieme, riconosco un filo che attraversa esperienze anche molto diverse.
L’oggetto.
La superficie.
La materia.
L’acqua.
Il segno.
L’impronta.
Il tempo.
L’imprevisto.
Sono elementi che continuano a incontrarsi.
Le tecniche possono cambiare, così come possono cambiare i materiali e le dimensioni, ma rimane la necessità di osservare ciò che accade e di lasciare spazio alla scoperta.
È una ricerca che non procede sempre in linea retta.
A volte torna indietro.
A volte cambia direzione.
A volte parte da un piccolo frammento.
A volte da una superficie.
A volte da un evento inatteso.
Ma continua a interrogare la stessa cosa: ciò che resta.
Condividi il tuo pensiero
Mi piacerebbe sapere cosa rappresentano per voi gli oggetti che conservate.
Avete mai tenuto una chiave che non apre più nessuna porta, un bottone, una conchiglia, una fotografia o un piccolo frammento soltanto perché legato a un ricordo?
E avete mai pensato che proprio quell’oggetto potesse raccontare una storia più forte di una fotografia?
La memoria non vive soltanto nei ricordi che conserviamo dentro di noi.
A volte rimane nelle cose.
Se questo tema vi ha incuriosito, mi farà piacere leggere il vostro pensiero nei commenti oppure approfondire con voi il mio percorso e le opere disponibili.
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