La superficie conserva la memoria

La memoria della superficie conserva segni, materia e tempo attraverso linguaggi diversi

La superficie conserva ciò che accade

Con il passare del tempo mi sono resa conto che la materia non è mai stata un semplice mezzo attraverso cui esprimere un’idea.

È essa stessa voce.

È racconto.

È memoria incarnata.

Ogni superficie che incontro possiede una propria identità. Non esiste una superficie veramente neutra, perché ogni supporto porta con sé caratteristiche, resistenze, porosità, assorbimenti, tensioni e possibilità differenti.

È proprio questa unicità a interessarmi.

Non cerco una superficie perfetta sulla quale imporre una forma già definita. Mi interessa piuttosto ascoltare ciò che accade quando il gesto incontra il supporto, quando l’acqua modifica un pigmento, quando un’incisione attraversa una lastra, quando una trama lascia un’impronta, quando una materia si deposita o viene sottratta.

La superficie diventa allora un luogo di passaggio.

Un luogo nel quale il tempo lascia il proprio segno.

Questa consapevolezza si è consolidata anche attraverso esperienze che hanno attraversato il mio percorso più recente. L’allagamento improvviso dello studio mi ha messo davanti alla fragilità delle certezze e alla possibilità che un evento inatteso potesse modificare profondamente il rapporto con la materia.

In seguito, il lavoro sulla memoria degli abiti e degli oggetti quotidiani ha riportato l’attenzione sulla traccia fisica lasciata dalle cose e dalle persone.

In Geografie del Vissuto, per esempio, tessuti, resine, cianotipie, collografie e monotipi diventano strumenti per interrogare identità, tempo e presenza.

Con Straccio di donna, invece, un frammento di camicia destinato alla discarica ha aperto una riflessione sul lavoro femminile, sulla memoria e sulla dignità.

Sono percorsi differenti, ma riconosco in tutti una stessa esigenza: comprendere quanto una superficie possa raccontare anche ciò che apparentemente non è più visibile.

Particolare di Ricamo (Monoprint da tessuto stampato per ricavarne l' impronta/matrice su modelin past)

La materia diventa memoria attraverso il segno

Il segno è uno degli elementi fondamentali della mia ricerca.

Non lo considero soltanto un elemento grafico. Il segno può essere una ferita, una traccia, un’impronta, una sottrazione, una pressione, una stratificazione.

Può essere leggero oppure profondo.

Può nascere da un gesto intenzionale oppure da un evento inatteso.

In entrambi i casi registra qualcosa.

È come se la superficie possedesse una propria memoria e il segno fosse il modo attraverso cui questa memoria diventa visibile.

Questa relazione mi accompagna da tempo. Il rapporto con tessuti, abiti, oggetti e impronte ha progressivamente trasformato la superficie in uno spazio nel quale il passato può riemergere senza essere semplicemente ricostruito.

Non mi interessa riprodurre ciò che è stato.

Mi interessa ascoltarne la traccia.

Per questo una porosità, una screpolatura, un’increspatura o una zona levigata possono assumere un valore molto più profondo della loro semplice presenza fisica.

Sono passaggi.

Sono trasformazioni.

Sono testimonianze.

La memoria nell’arte non deve necessariamente essere rappresentata attraverso un’immagine riconoscibile. Può vivere nella materia stessa, nella sua consistenza e nella sua capacità di trattenere ciò che l’ha attraversata.

Il segno non è decorazione

Quando parlo di segno, quindi, non penso alla decorazione della superficie.

Penso a qualcosa che la modifica.

Un’incisione modifica la lastra.

Un’impronta modifica la carta.

L’acqua modifica il pigmento.

Una trama modifica la percezione.

Una materia aggiunta o sottratta modifica la relazione tra pieno e vuoto.

Ogni intervento lascia una conseguenza.

Ed è proprio questa conseguenza a interessarmi.

L’acqua, l’imprevisto e la trasformazione

L’acqua occupa da tempo un posto importante nel mio percorso.

La tecnica Ebru mi ha permesso di sperimentare in modo particolarmente evidente il rapporto tra controllo e imprevedibilità. L’acqua diventa una superficie viva sulla quale il pigmento si muove, si espande, si incontra e si separa.

Il gesto è presente, ma non può controllare completamente il risultato.

Ed è proprio questo che mi interessa.

Dopo aver attraversato il tema dell’allagamento e dell’acqua come evento inatteso, ho potuto guardare questo elemento anche da una prospettiva diversa: non soltanto come forza capace di alterare, ma come possibilità di trasformazione.

Nel percorso dedicato a Il tempo dell’acqua, l’Ebru è diventato infatti uno dei linguaggi attraverso cui riflettere sul rapporto tra figurazione, astrazione, memoria e trasformazione.

L’acqua non aggiunge semplicemente una forma.

La modifica.

La porta altrove.

E questo principio ritorna continuamente nel mio lavoro.

Quando l’imprevisto diventa parte del linguaggio

L’imprevisto non significa assenza di ricerca.

Al contrario.

Richiede attenzione.

Richiede capacità di osservazione.

Richiede la disponibilità ad accettare che qualcosa possa prendere una direzione diversa da quella immaginata.

È una delle ragioni per cui considero la superficie un elemento attivo.

Non è un foglio bianco che aspetta di essere riempito.

È un interlocutore.

Particolare di Straccio di donna

Monotipi e monoprint: l’unicità dell’impronta

Anche nei monotipi e nei monoprint il rapporto con la superficie assume un'importanza particolare.

La stampa non è semplicemente riproduzione di un’immagine. Il passaggio del pigmento, la pressione, la matrice, il supporto e il gesto concorrono alla definizione di un risultato che conserva una componente di unicità e di sorpresa.

Nel monotype contemporaneo questa dimensione è particolarmente evidente: il procedimento permette di lavorare tra pittura, disegno e stampa, lasciando spazio alla spontaneità e alle variazioni generate dal trasferimento dell’immagine.

È proprio questa possibilità di stare tra linguaggi diversi che mi interessa.

La superficie può essere contemporaneamente matrice e risultato.

Può accogliere un'immagine e trasformarla.

Può conservare un segno e restituirlo modificato.

Può mostrare ciò che è stato fatto e, nello stesso tempo, ciò che è accaduto.

Per me è qui che la stampa d’arte contemporanea diventa particolarmente interessante: nel momento in cui il procedimento tecnico non è separato dal significato, ma contribuisce a costruirlo.

Dalla calcografia alla Gum Print, linguaggi in dialogo

Il mio percorso attraversa tecniche differenti.

La calcografia porta con sé la forza del solco e dell’incisione.

La Gum Print introduce una sensibilità differente, fatta di stratificazioni, pigmento, luce e materia.

L’Ebru lavora con l’acqua.

I monotipi e i monoprint introducono il rapporto tra matrice, gesto e trasferimento.

La scultura in gesso e resina porta invece la superficie verso una dimensione fisica e tridimensionale.

Non considero queste tecniche come compartimenti separati.

Sono linguaggi differenti attraverso i quali continuo a interrogare gli stessi temi.

La memoria.

L’assenza.

La presenza.

Il tempo.

La trasformazione.

Il segno.

La superficie.

Anche l’abito e il tessuto, che hanno avuto un ruolo importante nella mia ricerca, appartengono a questo stesso discorso. Un indumento conserva una forma del corpo che lo ha abitato, una piega, una tensione, un gesto quotidiano.

Quando viene trasformato in un’altra materia, non perde necessariamente la propria memoria.

Può renderla ancora più evidente.

Il vuoto diventa presenza

Un altro aspetto che mi interessa profondamente è il rapporto tra superficie e vuoto.

Non tutto ciò che racconta deve essere presente.

A volte è proprio ciò che manca a rendere percepibile una presenza.

Un’impronta può raccontare un oggetto che non c’è più.

Un tessuto può evocare un corpo.

Un calco può rendere visibile un’assenza.

Una superficie può trattenere la forma di qualcosa che è scomparso.

Questa tensione tra presenza e assenza attraversa da tempo il mio lavoro. Anche nella ricerca sugli abiti e sugli oggetti quotidiani, la materia diventa una sorta di testimonianza fisica di qualcosa che non possiamo più vedere direttamente. La critica dedicata al mio percorso ha sottolineato proprio il rapporto tra memoria, oggetti, abiti e tracce di vite passate.

È una dimensione che considero importante anche per chi osserva un’opera.

Perché l’opera non deve necessariamente spiegare tutto.

Può lasciare uno spazio.

Uno spazio nel quale entra la memoria di chi guarda.

La fragilità può diventare resistenza

La superficie mostra anche la fragilità della materia.

Ma la fragilità non coincide necessariamente con la debolezza.

Una superficie fragile può resistere.

Può trasformarsi.

Può conservare una traccia anche quando tutto il resto cambia.

È una riflessione che ritrovo nel percorso iniziato con l’allagamento dello studio e proseguito attraverso l’acqua, le alterazioni, la Gum Print e le altre sperimentazioni sulla materia. L’imprevisto ha modificato il modo di guardare ciò che avevo davanti, trasformando il danno in occasione di osservazione e ricerca.

Questa esperienza mi ha insegnato ancora una volta che non tutto ciò che viene alterato deve essere necessariamente ripristinato.

Alcune trasformazioni devono essere ascoltate.

Alcune tracce devono rimanere.

Spirali, in acquaforte acquatinta maniera sale su zinco

La superficie come soglia

Oggi considero la superficie nell’arte contemporanea come una soglia.

Non un limite, ma un punto di passaggio.

Tra materia e memoria.

Tra gesto e casualità.

Tra presenza e assenza.

Tra controllo e imprevisto.

Tra ciò che conosco e ciò che ancora non conosco.

È una soglia che cambia continuamente a seconda del linguaggio utilizzato.

Una lastra incisa chiede un tipo di ascolto.

La carta cotone ne chiede un altro.

L’acqua ne richiede un altro ancora.

La resina modifica completamente il rapporto con la luce e con il volume.

Eppure il tema resta lo stesso: comprendere cosa accade quando il tempo incontra la materia e lascia una traccia.

Non voglio imporre alla superficie una forma rigida dall’esterno.

Preferisco creare le condizioni perché qualcosa possa accadere.

Poi osservo.

Ascolto.

Intervengo.

E nuovamente ascolto.

È un dialogo continuo.

Dalla memoria personale a una memoria condivisa

Il tema della memoria non riguarda soltanto la mia esperienza personale.

Quando un’opera incontra chi la osserva, la sua superficie può diventare il punto di partenza per un’altra memoria.

È qualcosa che ho sperimentato anche nel percorso dedicato alla partecipazione del pubblico, quando ho chiesto alle persone di attribuire un titolo alle opere. Il gesto del visitatore dimostrava come una stessa superficie potesse generare interpretazioni diverse, personali e inattese.

Questo aspetto mi interessa molto.

Un’opera non termina necessariamente quando viene completata

Può continuare nel momento in cui entra nello sguardo di qualcun altro.

Per un collezionista, scegliere un’opera significa anche entrare in relazione con una storia, una materia e un linguaggio.

Non significa soltanto acquistare un oggetto.

Significa accogliere nella propria esperienza qualcosa che continuerà a produrre domande, ricordi e interpretazioni.

È questo uno degli aspetti che considero più importanti nel rapporto tra artista e collezionista.

La superficie come memoria viva

Se oggi dovessi sintetizzare questa parte del mio percorso, direi che la superficie è diventata una vera e propria memoria viva.

Non conserva soltanto ciò che faccio.

Conserva ciò che accade.

Il graffio profondo della calcografia, la sensibilità stratificata della Gum Print, il movimento dell’acqua nell’Ebru, l’impronta dei monotipi e dei monoprint, la materia organica, il calco di un vuoto, la resina che irrigidisce un abitino: sono esperienze differenti, ma appartengono a un unico dialogo.

Un dialogo tra tempo, materia e segno.

È un dialogo nel quale non cerco la perfezione della superficie.

Cerco la sua verità.

Perché una superficie segnata può raccontare più di una superficie intatta.

Una materia trasformata può custodire più memoria di una materia nuova.

E un segno inatteso può aprire una possibilità che non avevo previsto.

La superficie, allora, non è più il punto finale dell’opera.

È il luogo nel quale l’opera comincia a parlare.

Condividi il tuo pensiero

Mi interessa sapere come guardate una superficie.

Quando osservate un’opera d’arte, vi lasciate guidare prima dall’immagine oppure dai materiali, dalle texture, dalle impronte e dai segni?

Credete che una superficie possa conservare una memoria?

Mi piacerebbe continuare questa riflessione insieme a voi. Potete lasciare un commento oppure contattarmi per approfondire il mio percorso e conoscere le opere disponibili.

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